File:L'opera deve passare nascosta - per una storia dell'Opus Dei.pdf

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L’OPERA DEVE PASSARE NASCOSTA - PER UNA STORIA DELL’OPUS DEI.

TRA RICHIESTA DI PERDONO (2018) E POSSIBILE RINNOVAMENTO

(Prof. Pier Luigi Guiducci)


Nel trascorso periodo diversi studiosi hanno cercato di comprendere meglio la figura giuridica della Prelatura Personale, e quella della Santa Croce e dell’Opus Dei in particolare. In tale contesto, anche gli storici (e quelli della Chiesa in particolare) hanno inteso focalizzare con maggiori dettagli l’iter di un cammino corale che si collega al fondatore dell’Opus Dei, il sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá de Balaguer. Il suo nome di battesimo era José María Julián Mariano Escrivá y Albás (Barbastro, 9 gennaio 1902 - Roma, 26 giugno 1975). Canonizzato nel 2002 da Giovanni Paolo II.

In tale contesto, le difficoltà incontrate nel procedere delle ricerche sono state diverse. Vari studiosi (non dell’Opera) hanno lamentato difficoltà nell’accesso all’archivio della Prelatura, o la non possibilità di poter visionare in modo completo i documenti storici. Su alcuni testi, poi, taluni autori hanno espresso riserve perché li ritengono o non esatti nella datazione, o frutto di successive rielaborazioni realizzate dopo la morte del fondatore. Esaminando, poi, le biografie che riguardano Escrivá non sono mancate voci che indicano mancate contestualizzazioni, non approfondimento di taluni episodi, silenzio o generici cenni su alcune dinamiche esterne e interne all’Opus Dei. Si possono poi aggiungere le posizioni di chi nelle iniziative dell’Istituto Storico dell’Opus Dei ritiene di individuare più un impegno autocelebrativo piuttosto che un’umile ricerca di fatti e di limiti. Le sottolineature, infine, riguardanti la mancanza di riferimenti a processi di rinnovamento conducono a sintesi critiche verso l’Opera. A questo punto, al fine di passare tra due estremi (l’apologia dell’Opera e del fondatore, e le riserve dei critici) è sembrato utile individuare taluni aspetti che possono in qualche modo far luce su aspetti nodali. In particolare, può rimanere significativo un primo cenno a una frase dell’attuale prelato, mons. Fernando Ocáriz, pronunciata nel 2018.

La richiesta di perdono (2018)

Il 2 ottobre del 2018, il quotidiano ‘La Stampa’ (Torino), rubrica ‘Vatican Insider’, pubblicò un’intervista al prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz. Il giornalista, Andrés Beltramo Álvarez, chiese tra l’altro: “Qual’è lo stato di salute dell’Opus Dei in questo 90° compleanno?”. Nel rispondere, il prelato affermò: “Un anniversario è un buon momento per ringraziare Dio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per le nostre mancanze e i nostri peccati. Penso, per esempio, a quelle persone che sono state in contatto con il lavoro dell’Opus Dei e alle quali non siamo stati in grado di rispondere con la generosità e l’affetto di cui avevano bisogno. Il 90° anniversario ci porta a dire a Dio, come era solito fare il beato Álvaro del Portillo: “Grazie, perdono, aiutami di più”. Tale risposta ha lasciato perplessi vari studiosi per dei motivi che si riassumono qui di seguito.

1. Nei documenti ufficiali dell’Opus Dei non sembrano trovarsi espressioni con le quali il prelato chiede perdono a nome dell’Opera per specifiche realtà lacunose. Pare, quindi, che tale espressione sia stata usata solo con un giornalista. L’impressione, secondo alcuni, è che si intendeva trasmettere, in definitiva, un “messaggio di umiltà” di tipo generico e debole. Tale sensazione sembra trovare conferma nella Lettera di Ocáriz del 14 febbraio 2017. In questo documento, che intende trasmettere le conclusioni principali del congresso generale dell’Opus Dei (gennaio 2017), non si trova alcun riferimento a richieste di perdono verso coloro che possono essere stati trattati in modo non caritatevole da membri dell’Opera nel corso del tempo. Silenzio anche su temi legati a un possibile rinnovamento interno.

2. Nell’insegnamento della Chiesa il chiedere perdono a Dio implica anche l’impegno a domandare perdono ai fratelli. Sono necessari segni concreti. Iniziative dettate da una rinnovata fraternità. Vicinanza a coloro che possono essere stati trattati in modo non caritatevole. In definitiva, sottolinea qualcuno, la frase di del Portillo, citata da Ocáriz, rimane debole, generica, senza una radicale e diffusa conversione, in una logica auto-assoluzione.

3. Tale punto, affermano ex-numerari/e, è importante perché esiste all’interno dell’Opus Dei la prassi di “chiudere” con chi esce e con chi critica. L’interruzione di rapporti implica sovente, secondo dati resi da chi è uscito, anche una divulgazione di resoconti non veri per devalorizzare le persone che, secondo l’Opera, sono prive di spirito soprannaturale. Si collocano qui, ad esempio, le dichiarazioni rese dall’Opus Dei (specie dai responsabili apicali) nelle fasi di canonizzazione di Escrivá, e in quella di beatificazione di del Portillo. A queste si aggiunge, sempre secondo ex-membri dell’Opus Dei, il lavoro discreto di soggetti vicini all’Opera per ostacolare il lavoro di chi ha rivolto attenzione a ex-numerari/e, o per “neutralizzare i siti web” che hanno contenuti non favorevoli verso l’Opera.

4. A questo punto emerge, per l’Istituzione, l’esigenza di individuare almeno i nodi più critici, quelli - ad esempio - che emergono leggendo le lettere (e altro materiale) di chi è uscito dall’Opus Dei. È in questi testi, cominciando da quelli trasmessi a Escrivá, che si individuano dei passaggi che tornano più volte in altre missive.

5. In tale contesto, le diverse comunicazioni ufficiali del prelato, e quelle dei responsabili Opus Dei a più livelli, dovrebbero trasmettere nuove indicazioni concrete per rafforzare lo spirito di carità nella vita dell’Istituzione. Da una lettura degli scritti di Escrivá e successori non pare emergere, a parere di alcuni, una indicazione in tal senso.


Il filo rosso che collega l’oggi con la fase degli inizi

Secondo un’opinione prevalente tra storici della Chiesa, per meglio comprendere l’orientamento dei passi dell’Opus Dei, è necessario studiare la prima normativa canonica riguardante l’Opera. Si tratta del Regolamento del 1941, con cinque allegati, che disciplina l’Opus come “Pia Unione”. Il testo venne approvato dal vescovo di Madrid-Alcalá, mons. Leopoldo Eijo y Garay. In tale occasione, Escrivá chiese al presule di far conoscere in ambito ecclesiale il testo del regolamento ma non gli allegati. Questi dovevano essere conservati nell Archivio Segreto diocesano (non in quello Ordinario). Il vescovo dette il consenso. Tali disposizioni del 1941 costituiscono il primo documento ove Escrivá annotò il suo progetto di fondazione. Altre norme, infatti, specie le Lettere e Istruzioni di fondazione, pur datate alcune agli anni Trenta (XX sec.), furono scritte in realtà negli anni Sessanta.

Ciò che qui interessa evidenziare è che la sostanza del progetto fondativo di Escrivá non ha mai subìto radicali trasformazioni. La configurazione giuridica mutò nel tempo secondo gli interessi legati a precise circostanze (Società clericale di vita comune nel 1943, Istituto secolare nel 1947, e Prelatura personale nel 1982), ma gli obiettivi e la strategia del fondatore non cambiarono.

Richiesta di approvazione canonica del Regolamento del 1941.

Quindi, già in fase iniziale, Escrivá riuscì a rendere poco noto il Regolamento della sua organizzazione, e a mantenere segreti i cinque allegati. Il Regolamento venne fatto conoscere solo ai vescovi. Il testo era in latino, non adatto a una diffusa lettura. Tale impostazione segnò, di fatto, una volontà di “distinzione” da altri organismi ecclesiali. Questi, in Spagna, erano già numerosi. Nella stessa Madrid operavano diverse Pías Uniones. Si arrivò così a una situazione problematica. Taluni ecclesiastici e alcuni laici espressero riserve sulla riservatezza del Regolamento, e sulla segretezza degli allegati. A tale vicenda si aggiunse il fatto che Escrivá sembrava poco propenso a interagire con i gruppi cattolici locali.

Il Regolamento della Pia Unione (1941)

Il Regolamento dell'Opus Dei del 1941 costituisce la prima norma canonica dell’Istituzione. Venne suddiviso in sei parti: un Regolamento e cinque allegati. Si riassume qui di seguito la classificazione.

1) Regolamento. Fu l'unica parte resa nota ai vescovi. Presentata in latino. Come già evidenziato, il vescovo di Madrid-Alcalá espresse consenso a una richiesta di Escrivá: gli allegati del documento dovevano essere conservati nell'Archivio Segreto della diocesi.

Nel libro L'itinerario giuridico dell'Opus Dei è stata pubblicata solo la parte che riguarda il testo del Regolamento (versione latina). Degli allegati si riportano varie citazioni. Ciò conferma l’autenticità di quanto indicato in premessa. Nel 1941 il testo del Regolamento fu utilizzato anche per le informazioni da fornire alle autorità civili sull'Opera.

Nell’attuale dibattito storico, segnato da molteplici voci, emerge - tra le altre - un’affermazione. Si sostiene, in pratica, che il testo del Regolamento doveva servire a “coprire” in un certo senso le altre parti (i cinque allegati). Per tale motivo: 1. i riferimenti agli organi di governo e alle riunioni rimanevano poco dettagliati; 2. i movimenti di tipo economico restavano un qualcosa di marginale; 3. l’impegno dei membri risultava limitato. Al contrario, le rimanenti cinque sezioni (gli allegati secretati) sviluppavano una previsione normativa molto diversa. Si rileva inoltre un altro fatto: la prima parte del Regolamento venne redatta secondo un’impostazione che non sembrava richiedere aggiunte o appendici. Il lettore si convinceva che la vita della Pia Unione era racchiusa nelle previsioni che aveva esaminato. Il messaggio apparente dell’Opus rimaneva uno: non esistono segreti, tutto è trasparente.


Gli allegati al Regolamento

2) Regime. Questo allegato è particolarmente significativo. Nel testo viene ufficializzata una prassi. In pratica: l’obiettivo dell’Opus è quello di servire il Regno di Dio attraverso un intervento nell’area politica. Ciò implica la conquista di incarichi pubblici, l’inserimento in organismi statali, la promozione di servizi: finanziari, editoriali, giornalistici, et al., controllati dai direttori dell'Opera. Quando, con il progredire del tempo, si ebbe conoscenza di tale orientamento, l’Opus non riconobbe pubblicamente tale indirizzo operativo, e negò i contenuti di determinate affermazioni. Nel Regime, inoltre, emerge in modo chiaro la costante preoccupazione del fondatore di mantenere i segreti, e di attivare una struttura di governo ben articolata (anche se in quel periodo i membri dell’Opus non erano molti)

3) Ordo. In questa parte si trova delineato in modo completo il progetto di vita che ancora oggi si legge nei Circoli Brevi e nei Circoli di studio. Sono contenute, inoltre, varie norme sulle competenze dei livelli di governo, sul funzionamento dei Centri e sulla vita dei membri.

4) Costumi. È un allegato ove è indicato il modo consueto di agire, di pensare, di comportarsi di un membro dell’Opus Dei. Il documento interno che attualmente corrisponde a questa sezione è il De spiritu. Secondo l’opinione di un ex-numerario, nelle indicazioni in tema di “costumi” si denota un contrasto tra il numero delle pratiche religiose e devozionali e la mancanza di una spiritualità profonda capace di avvicinare a Dio, di favorire un’intimità divina, di far sentire la vera libertà dei figli di Dio, di far vivere le beatitudini e le opere di misericordia... Su questo punto delicato, altre persone uscite dall’Opus hanno accentuato il fatto che la vita nell'Opera è resa complicata da una serie di pie norme che rischiano di non condurre a Dio. Ne consegue un fatto. Chi è privo di un'esperienza spirituale antecedente l’ingresso nell'Opera, abbandona - una volta uscito dall’Opus - ogni impegno religioso.

5) Spirito. Corrisponde al vigente testo dal titolo Esperienze per i Consigli locali.Malgrado il titolo, i riferimenti alla vita spirituale sono deboli. Ci si sofferma, al contrario, sui requisiti che devono essere rispettati da chi lavora nell’Opera. In pratica, lo stile operativo deve somigliare a quello della vita consacrata, seguendo uno spirito militare. Si focalizza la strategia da seguire nelle iniziative di inserimento in uffici e nelle strutture pubbliche (è il modo per lavorare per il Regno). Si sottolinea l’importanza di mantenere l’assoluta segretezza su quanto si realizza nell’Opus, e di conservare uno stile di comportamento laico.

Viene sottolineata l’importanza di vivere un regime di tipo militare, ove l'obbedienza ai direttori è incondizionata, e dove si mantiene una sincerità accentuata verso chi governa. Già in questi punti trova una prima sintesi quella che sarà poi indicata come la “dottrina del Buon Pastore”. In base a tale orientamento Escrivá escluse come consigliere spirituale chi non era tra i direttori dell'Opera.

Nel testo “Spirito” si insiste pure su un fatto. Anche se l'aspetto esterno delle case dell'Opera e il comportamento in pubblico dei membri dell'Opus Dei, devono conservare una impostazione laicale (per poter accedere a pubblici ruoli di responsabilità), tuttavia la prassi di vita rimane quella della vita religiosa. In particolare, in questo Regolamento, Escrivá utilizza il concetto di persone “consacrate” e quello di “stato di perfezione”.

Continuò a evidenziare tali concetti fino agli anni in cui l'Opus Dei divenne un Istituto Secolare (dal 1947). Ci fu poi un mutamento. All'inizio degli anni Sessanta (XX sec.) il fondatore (anche su suggerimento) si rese conto che nella Chiesa si diffondeva una “teologia dei laici”. Per tale motivo, non insistette più sul concetto di “stato di perfezione”. L’orientamento dell’Opera, ormai, si inoltrava verso la figura della Prelatura nullius, e - poi - in direzione di una Prelatura personale. Si aggiunse inoltre una dinamica orientata a far nominare vescovo Escrivá. Nel frattempo urgevano cambiamenti interni all’Istituzione. In tale contesto, pur attuando formalmente nuove scelte operative, la prassi riguardante la vita dei membri dell'Opera non mutò la condizione di persone consacrate. In pratica, rimaserop delle precise caratteristiche: superiori (direttori) a più livelli, ubbidienza assoluta ai responsabili apicali e locali, vita di castità, privazione di beni personali consegnati all’Opera, rispetto di ogni regola e direttiva comunitaria, accettazione di assegnazioni in più sedi...

6) Cerimoniale. Questo allegato corrisponde all'attuale Caeremoniale. Descrive come si devono svolgere las ceremonias de petición de vocaciones (le cerimonie di richiesta di vocazioni) alla vigilia di san Giuseppe; le cerimonie di Ammissione, Oblazione e Fedeltà dei soci, e di costituzione dei soci iscritti (come si chiamavano allora i numerari); di benedizione per il viaggio; il Circolo Breve e le Preces (Preghiere).

In tale contesto, colpisce il fatto che il “Cerimoniale” utilizza una terminologia e delle modalità che sono tipiche del religioso. Tutto questo risulta in contrasto con la presentazione dell'Opera decisa in tempi successivi. Ci fu in pratica un “passaggio”. Escrivà prima evidenziò la terminologia e le modalità cit.. Poi preferì indicare tale orientamento iniziale come un anello della catena dell'evoluzione dello stato religioso. Alla fine arrivò a “riprovare” l’idea stessa. È anche su questo punto che si concentrarono le riserve di diversi studiosi.

Rimane, inoltre, da sottolineare un altro aspetto. Il n. 20 dell'esame del Circolo Breve imponeva il dovere, contrariamente al decreto Quaemadmodum di Leone XIII e al canone 530 dell'allora vigente Codice di Diritto Canonico del 1917, di lasciarsi interrogare dai Direttori circa gli aspetti della vita interiore personale.

Alcuni punti-chiave

Si possono, a questo punto, riassumere dei punti che interessano gli studi storici. 1) Nel Regolamento - e soprattutto negli allegati - sono evidenti delle regole precise, ma pare debole l’aspetto della spiritualità. In questo documento fondativo, in definitiva, la struttura istituzionale sembra prevalere sulla vita dello spirito.

2) Secondo più storici, la sensazione che si prova leggendo i testi, è che l’idea fondativa sembra ridursi alla promozione di una “milizia”. In questa compagine i membri vengono chiamati a condurre una vita simile a quella dei religiosi, ma senza apparire come persone consacrate. Tutto ciò consentiva di muoversi liberamente nella sfera pubblica, e di influire cristianamente attraverso posizioni “forti” nella pubblica amministrazione.

3) Gli orientamenti cit. esigevano il segreto. Le case dell’Opera non dovevano apparire come Comunità religiose. Si consigliava di non dare indicazioni sulla loro ubicazione. I soci non dovevano rivelare la loro appartenenza all’Opus Dei (non indicare il proprio indirizzo ma quello dei genitori). Silenzio anche su ogni aspetto che riguardava il governo dei Direttori dell’Opera. Per taluni studiosi tale continuo riferimento al segreto costituisce ancora oggi il tallone di Achille dell’Opus.

4) Questa somiglianza con il religioso, che - per alcuni - rimane una contraddizione tra lo “spirito laico” dell'Opera e la prassi tipica del religioso (o consacrato), rimane evidente nel caso dei Numerari. Escrivá li indica come “persone consacrate”. In effetti, a parere di molti, i numerari hanno sempre vissuto e vivono come religiosi, indipendentemente dagli statuti giuridici dell'Istituzione (1941, 1943, 1947, 1982).

Le posizioni di alcuni studiosi

La vicenda del Regolamento del 1941 non si concluse con l’approvazione ecclesiastica. Il testo venne tradotto in latino ad uso esclusivo dei vescovi. Non mancarono comunque testi in lingua volgare. Ciò si realizzò anche se l’art. 15 dell’allegato “Spirito” non consentiva tale iniziativa. Nel contesto delineato, il 9 gennaio del 1943 Escrivá fece un’affermazione significativa: “Questo Regolamento - questo doppio foglio, mi piace dirlo - es el foco que ilumina todo nuestro camino (è il fuoco che illumina tutto il nostro cammino), ed è il fuoco che, con il passare del tempo, farà luce per codificare la nostra vita, come mi fece vedere il Signore nel 1928”.

Tale linea operativa del fondatore non mutò. Il 27 gennaio del 1974, Escrivá, riferendosi al Regolamento, affermò: “Chi si dedica alla legge, quando passeranno gli anni, potrà confrontarsi, seguire quella luce giuridica dal primo momento ad oggi, e vedranno che è sempre la stessa”.

A questo punto, occorre ricordare che diversi autori hanno cercato di meglio comprendere quanto Escrivá - in fase fondativa - aveva in mente. Per raggiungere tale scopo è stato letto con attenzione il Regolamento. Può essere quindi utile cercare di realizzare una sintesi delle diverse sottolineature annotate da vari studiosi in più fasi temporali. Secondo alcuni autori preghiera, sacrificio e rettitudine sono aspetti significativi, ma non delineano un carisma. Scrive al riguardo Guillaume: “Ciò che conta sono le posizioni, la politica, le società interposte (...). Ed è per questo che, anche dopo quasi tredici anni dalla fondazione, Escrivá non ha ancora pensato agli aggregati: è interessato solo agli studenti universitari: in quale angolo della sua presunta visione del 2 ottobre 1928 si trova la chiamata universale alla santità?

(...) notando la povertà spirituale di questa prima norma canonica dell'Opera, è facile vedere che Escrivá non intende attuare un vero apostolato cristiano, ma creare un'organizzazione che ottenga altezze di potere attraverso un esercito di persone sottoposte a una disciplina religiosa, che però mantenga segreta la sua natura in modo che (tali persone) possano occupare cariche pubbliche vietate ai consacrati. E questo ci permette di postulare che, se quando (Escrivá) arrivò a Madrid senza un ufficio (incarico) ecclesiastico dedicò tempo ai bambini dei quartieri poveri, fu perché si trattava di un suo dovere di assistente delle Dame Apostoliche, che era l'unica opera sacerdotale che aveva realizzato. Nulla di tutto questo è rimasto nelle norme regolamentari del 1941”.

Classificazione dei membri dell’Opus Dei

Articolo 2. “Nell'Opus Dei ci sono tre classi di membri (socios): iscritti, sovranumerari e numerari. I membri ammessi come iscritti si obbligano a fare ogni giorno l’esame di coscienza e mezz'ora di preghiera mentale. I sovranumerari si obbligano ogni giorno a stare un'ora in preghiera mentale. I numerari si obbligano a un'ora di preghiera al giorno e ad occupare di regola gli incarichi di direzione dell'Opus Dei.

I membri ammessi come iscritti si obbligano a fare ogni giorno l’esame di coscienza e mezz'ora di preghiera mentale. I sovranumerari si obbligano ogni giorno a stare un'ora in preghiera mentale. I numerari si obbligano a un'ora di preghiera al giorno e ad occupare di regola gli incarichi di direzione dell'Opus Dei”.

Attualmente gli iscritti sono i sovranumerari; i sovranumerari sono i numerari; e i numerari sono gli iscritti. Nel 1941 non era ancora prevista la figura dell’aggregato. Sul piano storico si osservano delle variazioni nel tempo. Ad esempio, nei Lineamenti generali (‘Lineamenta generali’a) che furono presentati per l'approvazione dell'Opera come Società di vita comune senza voti nel 1943, gli iscritti sono chiamati sovranumerari, i sovranumerari sono indicati come numerari, e i numerari come eletti. Nelle Costituzioni dell'Opera come Istituto Secolare del 1950, gli iscritti appaiono come sovranumerari, i sovranumerari come numerari e i numerari come iscritti. Ed è inserita la figura degli oblati, chiamati in seguito aggregati.

Secondo taluni autori in questa norma (per vescovi e autorità civili), emerge un fatto strano. Nella previsione ci si limita a indicare dei semplici obblighi dei membri. Ma se legge l’allegato ‘Ordo’ (secretato), colpisce un chiaro riferimento a un piano vita (ancora oggi letto nei Circoli Brevi e in quelli di Studio). Si sviluppava in pratica una doppia situazione. Mentre le autorità si convincevano di aver davanti un’associazione molto blanda negli impegni, al contrario, nella vita interna dell’Opera erano in vigore norme dettagliate e rigorose.

I casi di non ammissione

Articolo 3. “Per nessun motivo saranno ammessi come membri dell’Opus Dei i sacerdoti secolari, né i religiosi, né le religiose. Allo stesso modo, coloro che sono o sono stati studenti di qualsiasi seminario o scuola apostolica, o che sono stati in religione, anche se solo come novizi o postulanti, non sono ammessi senza alcuna scusa. Coloro che affrontano studi ecclesiastici e che raggiungono il sacerdozio dopo essere stati membri dell'Opus Dei, non cessano di appartenere all'Opera”.

Tali norme sono sembrate ad alcuni non chiare. Escrivá le giustificò presentandole come un lodevole divieto di ‘catturare’ vocazioni ad altre istituzioni della Chiesa. In altri momenti affermò che si trattava di un modo per garantire la laicità dello spirito dell'Opera. Più studiosi, però, propendono per un’altra interpretazione. La norma cit. sembra un modo per impedire a persone preparate in diritto canonico di rendersi conto che il carisma di Escrivá non era originale. E che esistevano pratiche interne non legittime. Si aggiungono poi delle osservazioni che riguardano il laicato. In pratica, secondo l’opinione di taluni autori, il Regolamento non estende previsioni normative al ruolo dei laici, non fa riferimento a una chiamata universale alla santità, e non impedisce ai propri membri di inserirsi in altre organizzazioni cattoliche per coinvolgere in modo silenzioso fedeli da condurre poi nell’Opus Dei (un proselitismo nascosto che sarà fonte di tensioni).

Gli organi direttivi

Articolo 4. “Gli organi direttivi nazionali dell’Opus Dei sono il Consiglio e l’Assemblea. (...) . Il Consiglio si riunirà ogni tre mesi in via ordinaria, e in sessioni straordinarie a richiesta di almeno tre membri. Al Consiglio compete: 1) guidare in modo che l’Opus Dei si mantenga in ogni momento nell’ambito delle condizioni giuridiche richieste dalle leggi. 2) Fornire i fondi necessari per coprire le spese che annualmente si producono nell’Opus Dei. 3) Disporre la celebrazione di suffragi per i membri defunti”.

Anche in questa previsione, diversi studiosi hanno evidenziato un fatto. Se si confrontano i cit. organi direttivi con quelli indicati negli allegati “Regime” e “Ordo” risulta un’evidenza. Leggendo l’art. 4 (sopra cit.) si ha l’impressione che Escrivá abbia voluto presentare una struttura organizzativa molto semplice. Chi legge, non si rende conto del fatto che esistono al contrario diversi controlli interni. In pratica, anche in tale passaggio, per taluni autori, è stata utilizzata una doppia previsione normativa (una da consegnare alle autorità, e un’altra ad uso interno).

In ogni caso, pure nel Regolamento, più studiosi hanno individuato un contrasto tra l'attenzione alle regole di governo (malgrado l’istituzione fosse solo agli inizi...) e il debole orientamento in tema di spiritualità.

Qualcuno, in particolare, ha fatto un confronto tra questi atti regolamentari e la Regola di san Benedetto da Norcia (il vero ideatore dell’espressione “Opus Dei”). L’A. arriva a concludere che Escrivá appare come un uomo di norme, di obblighi religiosi, di ‘controllo’ sulle persone, ma non di spiritualità. L’impressione di taluni è quella di avere davanti un sacerdote preoccupato più di strutturare un’organizzazione autoreferenziale, che di promuovere un'istituzione capace, in modo generoso e gratuito, di facilitare l'incontro delle anime con Dio.

Questo art. 4, ancora, venne scritto - secondo alcuni - per non rendere manifesti i veri compiti dei responsabili dell’Opus Dei, e per non esternare pubblicamente una “volontà di controllo”.

Tale “monitoraggio” era importante per il fondatore. Nei rapporti esterni si continuava a presentare l’Opera come un'Istituzione disorganizzata. In tale contesto, se si legge però l’allegato dal titolo “Regime”, ci si accorge - al contrario - che la struttura di governo non si presenta in termini di bozza ma è molto articolata. Inoltre, studiando le parti successive, si ha l’impressione che il controllo del Consiglio sui membri dell’Opus Dei segua un disegno totale.

In tale contesto, come già detto, i vescovi ricevevano solo la prima parte del Regolamento. Tale prassi fu possibile grazie al vescovo di Madrid.

Nel libro “L'itinerario giuridico dell'Opus Dei” (cit.) si è cercato di giustificare la segretezza voluta dal fondatore con le “persecuzioni” che “subì” l’Opera.

Però, la discordanza che si osserva tra la parte resa nota alle autorità ecclesiastiche e civili, e i cinque allegati, dimostra una realtà diversa. Escrivá, con il supporto di mons. Del Portillo, non intese presentare in modo completo la reale identità dell’Opera.

I posti vacanti in Consiglio

Articolo 6. “I posti vacanti che si verificano nel Consiglio durante i nove anni del suo mandato, sia per decesso che per rinuncia, sono occupati tramite accordo dei membri che rimangono nel Consiglio. I membri del Consiglio possono essere rieletti nei medesimi incarichi, una o più volte.

A parere di più autori, già da questo articolo risulta chiaro il ruolo strategico del Consiglio. Tale indirizzo operativo non è mai mutato. Ancora oggi sono i membri del Consiglio a costituire l’area collegiale di vertice dell’Opera, e a scegliere i nuovi membri (posti vacanti). La seconda parte dell’articolo, secondo alcuni, costituisce un altro dei problemi della struttura ideata da Escrivá. Chi ha ruoli di governo non viene in genere rinnovato ma sono confermato, anche se di tanto in tanto le posizioni possono essere scambiate. Tale prassi può generare immobilismo.

Il ruolo dell’Assemblea

Articolo 7. “L'Assemblea si riunirà ogni nove anni con l’unico fine di eleggere il Consiglio. E in via straordinaria, su convocazione di tre soci numerari, qualora venissero meno tutti i membri del Consiglio, e procederà a nominare il nuovo Consiglio.

Per alcuni commentatori trapela un orientamento che non intende mutare lo status quo. L’indicazione pone a latere l’Assemblea. Ai membri dell’Assemblea viene negata ogni partecipazione al comune cammino (presentazione di proposte, di informative, di istanze provenienti dalla base, di criticità).

Decisioni in Assemblea e nel Consiglio

Articolo 8. “Le decisioni ('los acuerdos), in Assemblea e nel Consiglio, sono sempre deliberate a maggioranza assoluta dei voti”.

Questa indicazione normativa si collega al precedente articolo 7 e non contiene altre previsioni.

Entrate economiche e spese

Articolo 10. “1. L'Opus Dei considera reddito economico le elemosine acquisite daisuoi membri. 2. I contributi saranno sempre di scarsa entità, perché le entrate economiche ottenute dall'opera puramente spirituale devono essere sempre molto ridotte. 3. Il Consiglio non conserva alcun capitale. 4. Se, affrontate le spese, si dovesse chiudere l’esercizio economico con un avanzo, il Consiglio consegnerà tale importo come elemosina all'Ordinario della Diocesi in cui l'Opera ha il suo domicilio. 5. L'Opus Dei non può ricevere eredità di alcun tipo, né ammettere fondazioni pie con un qualsiasi 'pretesto, né possedere immobili”.

A parere di alcuni autori, le normative cit. non trovano conferma nei successivi cinque Allegati. In questi testi rimane la previsione che tutto il reddito professionale deve essere consegnato all’Opus Dei. Si delinea in tal modo una prassi che si è andata sviluppando fino ad oggi. In pratica: 1. l'Opera di Escrivá, sul piano ufficiale, rimane intestataria di pochi beni; 2. vengono poi promosse delle società collaterali che detengono la maggior parte dei beni offerti da membri, cooperatori e amici. Chi versa il proprio contributo lo fa convinto che tutto è a favore della Prelatura. In realtà, i fondi sono destinati a organismi civili che, non avendo una natura ecclesiale, non sono oggetto di supervisione da parte della Gerarchia cattolica.

Le osservazioni di più studiosi aggiungono anche un’ulteriore sottolineatura. Le disposizioni del Regolamento redatto da Escrivá destano sorpresa. Il fondatore - infatti - realizzò un disegno finanziario noto a pochi, come indicato nell’art. 8 § 2 e art. 33 di “Regime” e nell’art. 11 §§ 2 e 11, art. 13 § 8, art. 16 §§ 1 e 2, art. 18 § 1, e artt. 21 e 22 di “Ordo”. Ciò fu possibile grazie anche alla supervisione di Antonio Pérez-Tenessa Hernández, avvocato del Consiglio di Stato.

Le operazioni economiche servirono per utilizzare i fondi che si andavano raccogliendo. Furono così istituiti enti finanziari, fondazioni, et al.. La documentazione di tale operazione fu posta in un Centro chiamato “Colonnata”, situato a Roma in Borgo Santo Spirito, a pochi metri dalla Curia Generalizia dei Gesuiti e in area extra-territoriale (ove lo Stato italiano non può attivare ispezioni).

In pratica, questa è la tesi che si sostiene, i flussi finanziari in eccesso non sono mai stati versati ai vescovi.

Tale fatto è significativo. Ai vescovi, infatti, era consegnata solo la prima parte del Regolamento del 1941. In tal modo era facile ottenere benevolenza. I presuli leggevano delle frasi che esprimevano un desiderio di povertà. Non erano però informati sull’istituzione di organismi civili collaterali all’Opus Dei che gestivano (specie in seguito) notevoli cifre di denaro.

Il domicilio

Articolo 11. “L'Opus Dei ha un solo domicilio nazionale”.

Secondo alcuni studiosi, questa norma è stata impostata secondo una stesura che distoglie l’attenzione del lettore dall’esistenza di Direzioni e di altri Centri dell’Opus Dei. Tale assunto è basato sul fatto che negli artt. 13, 22 e 23 dell’allegato “Spirito” l’orientamento operativo è, al contrario, molto più esplicito. Cf ad esempio l’art. 13: “Por la misma razón, la existencia de los centros en que los socios numerarios realizan su labor de apostolado - obra de San Miguel - no debe ser conocida más que por los que en ellos trabajan” (“Per la medesima ragione, l’esistenza dei centri ove i membri numerari realizzano il proprio lavoro di apostolato - opera di San Michele - non deve essere conosciuta all’infuori di coloro che vi lavorano”).

L’umiltà collettiva

Articolo 12. “Caratteristica principalissima dell’Opus Dei è l’umiltà collettiva dei suoi membri. Affinché questa umiltà non venga impoverita: 1) rimane proibito pubblicare fogli o pubblicazioni, di qualsiasi tipo, come propri dell'Opera. 2) Si proibisce ugualmente di avere alcun segno distintivo o insegna tra i membri. 3) Consigliamo ai membri di non parlare dell’Opera con persone esterne a questa organizzazione che, a motivo della sua natura soprannaturale, deve essere tranquilla e modesta”.

È stato evidenziato da più autori che solo in questo articolo esiste una caratteristica dell’Opera evidenziata con un aggettivo superlativo. Tale fatto, si afferma, attesta una volontà di operare in modo “occulto” (non consegnare alle autorità ecclesiastiche e civili gli allegati del Regolamento, non riconoscere sul piano ufficiale proprie responsabilità rispetto a editrici, riviste, periodici promossi dall’Opera, et al.).

In ambito ecclesiale, è stato sottolineato, non esiste un’umiltà collettiva. Al contrario, l’indicazione della Sacra Scrittura è quella di essere figli della luce, di riconoscere pubblicamente che uno solo è il Signore (I Cor 12, 5-6), di prendere atto dei propri limiti umani (Lc 17, 7-10).

L’obbligo di segretezza è continuato a rimanere immutato fino all’attuale periodo. È stato scritto che anche ai nuovi membri dell’Opus Dei viene raccomandato di non rendere nota l’interazione con l’Istituzione. Tale dinamica ha in taluni casi prodotto delle criticità nelle famiglie. Inoltre, in ambienti cattolici si sono verificate incomprensioni tra chi informa della propria adesione a organismi ecclesiali e chi non lo fa (per il carattere “soprannaturale” dell’Opus Dei).

Scioglimento dell’Opera

Articolo 13. “In caso di scioglimento dell'Opus Dei, i suoi eventuali beni passeranno nelle mani del Rev.mo Vescovo della Diocesi in cui è domiciliata l'Opera”.

Questo articolo del Regolamento del 1941, come il precedente art. 4, faceva parte del testo consegnato ai vescovi. Tale pubblica trasmissione aveva, per taluni autori, il fine di ricevere benevolenza da parte della gerarchia cattolica. La previsione normativa non ha comunque ricevuto attuazione.

I passi successivi. Alcuni aspetti evidenziati da storici

Il Regolamento dell’Opus Dei del 1941 costituisce, a parere di più autori, “una bussola” per capire le reali intenzioni di Escrivá. In tempi successivi, egli sviluppò ulteriormente (o articolò meglio) quanto già indicato nel cit. Regolamento.

Diversi concetti sono stati ripetuti con frequenza. Tra questi si colloca l’insegnamento su quello che il fondatore considerava il “buono spirito” dell’Opera. Tali indicazioni spirituali e operative hanno ricevuto consensi ma anche riserve. Per tale motivo può essere utile operare una sintesi delle principali osservazioni (criticità).

Il concetto di “soprannaturale”

Nel suo insegnamento, Escrivá volle più volte sottolineare alcuni punti chiave. Egli fece intendere che l’Opus Dei aveva per fondatore Dio stesso; che egli aveva ricevuto da Dio dei messaggi specifici, e che quella dell’Istituzione costituiva una “missione soprannaturale”. Tali affermazioni sono state recepite dai membri dell’Istituzione. E a tutt’oggi si trovano ripetute. In un sito di un collegio universitario vicino all’Opera si trova ad esempio questa affermazione: “Per entrare a far parte dell'Opus Dei occorre una vocazione soprannaturale”.

Sul concetto di “soprannaturale”, così come espresso dal fondatore, non sono però mancate delle riserve sul piano teologico e su quello pastorale. Sul piano teologico è stato osservato che nella Chiesa avviene continuamente un duplice incontro: tra l’uomo e Dio. Esiste quindi da una parte uno sforzo personale. Dall’altra, si sviluppa l’azione della Grazia. Di conseguenza occorre saper distinguere tra l’essere creaturale (che rimane segnato dai suoi limiti) e l’onnipotenza di Dio che agisce attraverso lo Spirito Santo Paraclito.

Tale precisazione è importante sul versante pastorale. Evita una “distinzione” non corretta tra l’identità dell’Opus Dei, e quella di altre espressioni ecclesiali. L’Opera, in pratica, non è assolutamente diversa da coesistenti istituzioni cattoliche. I suoi membri percorrono lo stesso itinerario di santificazione che affrontano anche gli altri fedeli. Non c’è nulla di “superiore” nell’Opus Dei rispetto ad altre iniziative ecclesiali. Tutti i fondatori sono stati (e rimangono) degli esseri umani che si sono affidati a Dio. Che hanno chiesto aiuto al Signore. Che hanno partecipato (e partecipano) alla Vita divina attraverso l’azione dei Sacramenti. Non esistono quindi opere fondate da Dio e opere fondate da uomini. Solo la Chiesa nel suo insieme è espressione dell’iniziativa divina.

La chiamata alla santità

In una pubblicazione dell’Ufficio Informazioni dell’Opus Dei è stata presentata una descrizione generale dell’Opera. Tra le diverse affermazioni si trova anche questa frase: “(...) Sin dalla fondazione, nel 1928, l’Opus Dei diffonde il messaggio della chiamata alla santità di tutti i battezzati nello svolgimento del lavoro e dei propri doveri”. Gli storici hanno cercato di trovare in merito dei riscontri risalenti al 1928 ma a tutt’oggi non si è riusciti a individuare uno scritto del fondatore sul tema in questione. Al contrario sono stati trovati testi di altri autori sull’argomento, e perfino una strofa del canto “Noi vogliam Dio”.

La questione, però, è più vasta. In molti testi dell’Opus Dei (o di autori vicini all’Opera) si trova più volte ripetuta un’affermazione: l’Istituzione subì fin dall’inizio delle “persecuzioni” a motivo dell’insegnamento di Escrivá.

Al riguardo viene specificato che quello che il fondatore insegnava era la chiamata universale dei fedeli alla santità nel lavoro quotidiano.

Vari storici, però, sono rimasti perplessi. Ritengono che tale affermazione sembra essere contraddetta da più ricerche. Testi e omiletica con pensieri che aprono alla chiamata universale alla santità in Spagna precedono sul piano cronologico l’attività di Escrivá.

Esistono, ad esempio, testi di autori gesuiti. Si ricorda in particolare il gesuita Francisco Javier Hernández. Questi, scrisse un testo dal titolo: “El alma victoriosa de la pasión dominante”. Se si confronta questo lavoro con quello di Escrivá “Cammino” si scoprono coincidenze e si arriva a una evidenza. In pratica: le idee essenziali del gesuita aragonese costituirono la struttura centrale dell'opera fondatrice dell'Opus Dei.

Tra i passaggi significativi del gesuita cit. si ricordano: i presupposti della santificazione della vita attraverso il lavoro, l'uso di tavole fatte a mano o stampate per l'esame di coscienza o le lodi mattutine quando ci si alza per vincere la pigrizia con l'aiuto dell'angelo custode, a cui è riservata una importanza speciale.

Si può ancora aggiungere che il fondatore ebbe pure come direttore spirituale (dal 1930 al 1940) il gesuita p. Valentín María Sánchez Ruiz. Inoltre, partecipò a esercizi spirituali ignaziani ove si predicava anche la chiamata di ogni fedele alla santità, in ogni ambiente della propria vita. È da qui che trasse l’idea per interventi e omelie.

Tale realtà, oltre a collegarsi anche all’insegnamento di sant’Alfonso Maria de’ Liguori o a quello di san Francesco di Sales, trova conferma - ad esempio - anche dal discorso di Giovanni Paolo II (santo) ai partecipanti alla 18° assemblea nazionale della Federazione Italiana degli Esercizi Spirituali (sabato, 17 febbraio 1996). Si riporta qui di seguito il passaggio principale.

“(...) Il Concilio Vaticano II ha posto con singolare forza l'accento sulla chiamata universale alla santità, quando ha affermato: «Tutti i fedeli sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato». E, nell'evidenziare le vie ed i mezzi per il raggiungimento della santità, ha indicato la necessità di «ascoltare volentieri la Parola di Dio», di «compiere con le opere la sua volontà», di «partecipare frequentemente ai Sacramenti, soprattutto a quello dell'Eucaristia» , di «applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e all'esercizio di ogni virtù». Tali suggerimenti costituiscono le finalità, i contenuti, le risorse e le vie degli Esercizi spirituali stessi. Essi sono un incontro personale con il Signore, e propongono e propiziano la ricerca e la scoperta della propria identità nella luce di Dio (...)”.


In tale contesto, come risulta anche da testimonianze di contemporanei a Escrivá, emerge una lettura diversa del contesto storico. Il fondatore non fu avversato perché predicava la chiamata universale alla santità (non ci sono riferimenti nei suoi scritti fondazionali), ma perché aveva attivato un modus operandi che gli attirò critiche (la questione della segretezza, la non presenza del fondatore in incontri di base con altri sacerdoti, la polemica di Escrivá verso alcuni ambienti ecclesiali, l’attirare nell’Opus Dei giovani già inseriti in altri gruppi cattolici, l’interazione con il mondo politico del tempo, l’abitudine a rilasciare delle affermazioni non vere pur di mantenere un segreto, et al.).

La trasparenza

La segretezza, richiesta da Escrivá fin dagli inizi dell’Opus Dei, e confermata dai suoi successori, ha avuto delle molteplici conseguenze. Anche negative. Diversi autori propendono per la tesi che l’effetto più deleterio sia stata l’assenza di trasparenza. Probabilmente nel modo di pensare del fondatore la non trasparenza costituiva un modo per raggiungere dei risultati evitando rallentamenti, ostacoli, criticità. Tale scelta, però, gli venne contestata - in diverse fasi storiche - da vari interlocutori che richiamarono un fatto: la trasparenza rimane una caratteristica dell’ecclesialità. Questo punto è stato confermato anche da Papa Francesco in molteplici occasioni. Si pensi, ad esempio, al processo riformistico attivato dal Pontefice nel 2013, 2014, 2015 e ad altri interventi significativi.

La non trasparenza, si continua ad affermare, non ha mai smesso di produrre delle negatività. Al riguardo si elencano alcuni esempi:

1. si ostacola di fatto un dibattito interno (nell’Opus Dei in genere si ascolta ma non si interviene); 2. non si consente un confronto reale con interlocutori esterni (le interazioni seguono procedure più formali che sostanziali); 3. si gestisce l’Ufficio Comunicazione (vari livelli) secondo parametri riduttivi (a volte meramente difensivi); 4. si attua una divulgazione di dati che - secondo taluni autori - risulterebbe in parte spuria (molti testi di Escrivá hanno subito continui ritocchi); 5. si mettono vari autori nella condizione di non effettuare riscontri direttamente sulle fonti originarie, autentiche (sono forniti solo testi a stampa).

Alcune conseguenze della non trasparenza

Evidentemente, la non trasparenza può riservare anche delle conseguenze non gradevoli. Può condurre alla fine verso esiti che colgono di sorpresa le persone vicine all’Istituzione. Per esempio, sulle crisi interne all’Opera si è avuta conoscenza solo attraverso gli ex-membri. Dietro una linea segnata da sorrisi e da conferme di regolarità, sono emersi aspetti che hanno riguardano: i metodi di proselitismo, i controlli interni, i divieti, lo stato di salute di alcuni membri, le direttive in materia di silenzio, i condizionamenti posti in essere a più livelli, i documenti interni secretati...

Unitamente a ciò, è pure capitato di apprendere fatti dolorosi attraverso le informazioni fornite dai media. Può essere utile, al riguardo, ricordare un episodio. Nel 2002, in USA, un sacerdote dell’Opus Dei, don C. John McCloskey, popolare volto della Tv, noto anche come “il confessore dei Vip”, venne denunciato per “cattiva condotta sessuale”. Trascorsi tre anni, si arrivò alla fine a un accordo tra la vittima e la Prelatura (risarcimento di 977mila dollari; 875mila euro circa). Dopo diciassette anni si ha avuto notizia della denuncia, resa pubblica dal ‘Washington Post’. A questo punto, anche il quotidiano ‘La Stampa’ ha inserito il fatto nella propria cronaca. Evidentemente, nell’acquisizione dello stabile si rese necessario un investimento finanziario. Persone anche vicine all’Opera si posero delle domande. E si cercò di capire come era stato possibile sostenere un gravoso impegno economico. Ulteriori vicende hanno poi riproposto il tema delle politiche finanziarie dell’Opera. Al riguardo, rimane in molti la convinzione che bisognerebbe non ripetere affermazioni tipo “l’Opus Dei è povera”. Sarebbe meglio indicare il disegno operativo complessivo specificando i progetti in corso.

Unitamente a ciò, i media hanno anche pubblicato dei resoconti su talune vertenze giudiziarie in Francia (2013) e in Spagna (2011), oltre che in Uruguay e in Argentina e nello stesso Vaticano.

In Francia, con sentenza del 26 marzo 2013, la Corte d'Appello di Parigi (Camera 1, Polo 6) ha dichiarato l'Associazione dell'Università e della Cultura Tecnica (ACUT), che gestisce la scuola alberghiera di Dosnon (ETPH), e il centro internazionale di incontri di Couvrelles, nonché i due gestori di detti stabilimenti, colpevoli di lavoro occulto e remunerazione inesistente o insufficiente per il lavoro di una persona vulnerabile o dipendente.

La Corte ha condannato l'ACUT ad una pena pecuniaria di € 75.000, la sig.ra Bardon de Segonzac e la sig.ra Duhail, dirigenti dell'Hotel Technical School di Dosnon e dell'International Meeting Centre de Couvrelles (Aisne), a una pena pecuniaria di 3.000 euro ciascuna per lavoro sommerso per abuso del lavoro volontario dei membri dell'Opus Dei e per compenso contrario alla dignità approfittando della giovane età e della situazione di dipendenza dei suoi residenti, studenti o tirocinanti, nonché la vulnerabilità di una numeraria ausiliaria (Catherine Tissier) a pagare in modo insufficiente o a fare a meno del proprio lavoro.

In Spagna la Suprema Corte ha intimato all’Opus Dei (2011) di rimuovere i dati anagrafici dei membri usciti dalla Prelatura personale. A sollevare il caso è stata una ex «numeraria» che aveva richiesto (senza ottenerla) la cancellazione dei dati personali. L’Opus Dei si era opposta alla richiesta in base all’accordo tra Spagna e Santa Sede che dal 1979 garantisce l’inviolabilità dei suoi archivi. La Corte Suprema Spagnola, però, ha stabilito che i diritti costituzionali degli ex aderenti prevalgono sull’intesa cit.. La Costituzione spagnola, infatti, garantisce «il fondamentale diritto a salvaguardare i dati personali» e a disporre liberamente del loro controllo.

In Uruguay e in Argentina le vertenze giudiziarie (2020) hanno riguardato acquisizioni di beni da parte dell’Opus Dei, con dinamiche contestate da più soggetti.

Nella Città del Vaticano viene arrestato (2015), processato e condannato (2016; diciotto mesi di carcere) mons. Lucio Ángel Vallejo Balda. Si tratta di un membro della Società Sacerdotale della Santa Croce (Opus Dei). L’accusa fu quella di aver fornito documenti riservati della Santa Sede a soggetti esterni all’amministrazione vaticana.

L’umiltà collettiva

In una Lettera del 9 gennaio del 1932 (n. 64), Josemaría scrisse che “l’umiltà personale spinge a fuggire dalla presunzione corporativa, a non pretendere gloria umana per l’Opus Dei”. Unitamente a ciò, già nel Regolamento del 1941 (cit.) viene sancito che la caratteristica principalissima dei membri dell’Opus Dei è l’umiltà collettiva. Nel testo “Amici di Dio”, Escrivá insiste su un punto: “Figli miei, ci vuole umiltà, umiltà, impariamo sul serio a essere umili”. Medesima sottolineatura si trova nelle “Lettere” e in altri documenti. E ancora nella massima n. 677 del testo “Cammino” Escrivá scrisse: “Onori, distinzioni, titoli..., cose d’aria, gonfiori di orgoglio, bugie, niente”.

Nell’insegnamento della Chiesa, poi, l’umiltà è una virtù ove il cristiano riconosce i propri limiti. Respinge ogni forma d'orgoglio. Di superbia. Di vanagloria. Di emulazione. Di sopraffazione verso il prossimo. In tal modo, il fedele si presenta semplice, modesto, povero in senso evangelico.

In tale contesto, vari autori hanno però evidenziato due aspetti. 1] Da una parte, il fondatore accettò titoli, onorificenze (la Gran Croce di san Raimundo de Peñafort, la Gran Croce di Alfonso X il Saggio, la Gran Croce di Isabella la Cattolica...) e medaglie d’oro.

2] Dall’altra, l’Opus Dei sembra aver privilegiato una specie di “doppia linea”. In alcune occasioni pubbliche ci si avvicina alla parabola evangelica del lievito che fermenta nella pasta, mentre - in altre situazioni - si rimane inclini verso iniziative che “esaltano” l’Opera e i suoi protagonisti. Al riguardo sono indicati degli esempi che si riassumono qui di seguito.

Il 30 agosto del 2005 venne posizionata in una nicchia posta all’esterno delle mura della basilica vaticana di San Pietro una statua di Escrivá. È alta poco più di cinque metri.

Questo fatto ha destato sorpresa in più persone. Il fatto sembra, infatti, contraddire tutto quello che finora era stato scritto sull’umiltà dei membri dell’Opus Dei. Ma tale episodio, in realtà, si colloca in un disegno molto più esteso ove la statua del fondatore rimane solo un aspetto.

A Escrivá, infatti, sono state intitolate delle vie (lo stesso dicasi per il successore), dei larghi, e delle piazzette, in suo onore sono state coniate medaglie, stampati francobolli, intitolati giardini pubblici (es. Verona), girati film.

Oltre a ulteriori statue, a un monumento con un'enorme foto di Escrivá incorniciata in cemento (Bella Vista, Argentina), a mezzi busti, a dipinti, a lapidi, a statuine, si è voluta trasportare (2001) nell’area vulcanica dell’Etna anche una grande croce in ferro (2,50 m. di altezza, 1.70 m. il braccio trasversale). Si trova dietro la stazione terminale della funivia, sull’itinerario percorso ogni giorno da un numero non debole di turisti. La croce è poggiata sulla sabbia vulcanica.

L’opera è stata ideata dal direttore della Residenza Universitaria Alcántara dell’Associazione ARCES, vicina all’Opus Dei. È dedicata a Escrivá che, in uno dei suoi giri, visitò anche la zona etnea (giugno 1948). Il disegno è stato contestato, tra gli altri. In sintesi: è vero che ogni cristiano è chiamato a portare la propria croce (Lc 9,23), ma è anche vero che il Redentore ha vinto la morte e il peccato. È il Risorto. Per questo motivo la prospettiva di ogni fedele non può essere l’infelicità. La realtà è un’altra: anche quando si reca in spalla la propria croce (la “valle oscura” del salmo 22,4) Cristo è accanto. È chino su ogni sofferente.

In tale contesto, più autori hanno espresso la sensazione che l’insegnamento di Escrivá sembra indulgere verso: penitenze, cilicio, privazioni, mortificazioni, rinunce, umiliazioni, auto-critiche, momenti festosi da vivere sottotono... La stessa Pontificia Università dell’Opus Dei (Roma, San Apollinare) rimane intitolata alla Santa Croce. Lo stemma dell’Istituzione, poi, è una Croce.

Pare, quindi, di individuare nel fondatore una debole attenzione alla gioia evangelica, all’esultanza, all’allegria spontanea (mentre permane, secondo alcuni, quella “a comando), all’umorismo. Per tale motivo, non sono mancate voci che hanno suggerito ai responsabili dell’Opus Dei di non continuare a collocare negli ambienti croci nere prive di Crocifisso (potrebbero apparire segni di non speranza o comunque di una visione negativa della vita). Si tende a consigliare, piuttosto, di presentare la Figura di Gesù che - sulla Croce - accetta di essere l’Agnello pasquale che redime tutti i figli di Dio dalla morte e dal peccato.

Questo suggerimento, secondo alcuni, non cessa di essere attuale. Si riporta al riguardo un esempio. La Lettera del prelato Javier Echevarría del 26 giugno 2006 ai membri dell’Opus Dei si conclude con questa frase: “Se dovessi riassumere come dobbiamo agire, lo direi con parole che spesso uscivano dalla bocca di nostro Padre: ottimismo, preghiera, espiazione, lavoro, fedeltà”. In pratica: manca la gioia evangelica.

Il ruolo femminile visto dal fondatore

Il 14 febbraio del 1930, secondo la cronologia fornita dall’Opus Dei, Escrivá cominciò a sviluppare un apostolato nel mondo femminile. Tale decisione, inizialmente non prevista, venne adottata a seguito di un’ispirazione divina (avvenuta mentre il fondatore celebrava la messa). Grazie a questo intervento “dall’alto” si modificò l’orientamento dei suoi passi.

Su questa vicenda, diversi storici hanno ritenuto utile cercare di comprendere meglio la dinamica. Sono state così utilizzate le memorie del tempo, individuate le iniziative promosse dal sacerdote aragonese, è avvenuta una consultazione dei documenti del periodo fondazionale, è stata focalizzata l’interazione del sacerdote aragonese con la madre (María Dolores Albás Blanc), con la sorella (Carmen) e con altre donne. Gli esiti di tali indagini rimangono articolati.

1] Da una parte emerge il fatto che Escrivà, volendo dedicarsi ai giovani universitari, non si orientava verso altri ambiti operativi.

2] Dall’altra, le stesse donne della sua famiglia gli suggerirono di coinvolgere delle figure femminili nell’apostolato per meglio affrontare gli aspetti dell’amministrazione domestica. La madre del fondatore era convinta che il figlio necessitava di supporti.

3] Si deve probabilmente a queste pressioni il cambiamento di rotta. Il fondatore si rese conto che delle figure femminili potevano svolgere un ruolo insostituibile e che, in prospettiva, potevano intervenire direttamente tra le universitarie e in altri ambienti del tempo.

A questo punto, Escrivà cominciò a parlare anche dell’immagine e del ruolo di ogni donna. Unitamente a ciò, adottò le prime decisioni su una divisione tra gruppi di uomini e nuclei di donne. Tra i suoi scritti, viene anche ricordato il punto n. 946 della pubblicazione “Cammino”. Per diversi lettori, tale passaggio indiva più di altri il modo di pensare del sacerdsote aragonese. Si riporta il testo: “Donne, se volete darvi a Dio nel mondo, prima ancora che sapienti - le donne non è necessario che siano sapienti, basta che siano discrete (“basta que sean discretas”) - dovete essere spirituali, molto unite al Signore per mezzo dell’orazione. Dovete portare un manto invisibile che copra ciascuno dei vostri sensi e delle vostre facoltà: pregare, pregare, pregare; espiare, espiare, espiare”.

Alcuni autori hanno espresso riserve su tale affermazione. hanno scelto di raccontare le proprie esperienze su siti web o attraverso delle pubblicazioni. Una medesima linea è stata seguita anche da donne che hanno lavorato nell’Opera come ex numerarie ausiliarie. L’insieme di questi fatti ha fatto luce su realtà non note all’esterno dell’Istituzione, e ha consentito anche agli storici di meglio comprendere talune prassi considerate “inopportune”, o “apertamente non corrette”, o “vistosamente irregolari”. Un esempio tra molti è collegato alla storia di 43 donne argentine che sono uscite dall’Opus Dei.

Le loro testimonianze (rif. al periodo 1980-2000) hanno più punti in comune: le loro umili origini, il coinvolgimento nell’Opera quando erano molto giovani, un utilizzo come domestiche senza retribuzione. La giornalista Paula Bistagnino e il collega Nicolás Cassese hanno nuovamente ripresentato la vicenda in un reportage e di ex numerarie, hanno potuto osservare un’altra realtà. Si tratta, pure in questo caso, di due modi di procedere paralleli. Da una parte, permane l’affermazione ufficiale che l’Opera si occupa solo della formazione religiosa dei suoi membri. Dall’altra, esiste di fatto una rete di contatti che, in vario modo, partecipa alla vita di un mondo politico in progress.

In tale contesto, si può ricordare un episodio. Nelle sue visite in Spagna, arrivando in treno, Escrivá veniva accolto dai ministri di Franco legati all’Opus Dei. Con loro c’erano incontri riservati. Si discuteva sulla situazione del Paese. E ci si confrontava sulle opzioni da sostenere e su quelle da eliminare. Il fondatore poteva conversare senza difficoltà di più temi perché a Roma era costantemente informato sulla situazione spagnola dai responsabili regionali dell’Opus Dei, e dagli stessi politici presenti nell’Urbe (ad es. l’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede).

Escrivá non ebbe difficoltà a indicare pure soluzioni pratiche. Da una parte sostenne i membri dell’Opera che operavano in area governativa o comunque statale. Dall’altra, non volle interazioni con politici non facenti parte dell’Opera.

In tale contesto, per comprendere l’azione politica del fondatore, è necessario non esaminare solo gli atti ufficiali ma studiare piuttosto la dinamica riservata degli incontri privati. È questo l’orientamento che ha fornito ai ricercatori dei risultati significativi.

Un esempio di indagine storica è legato alla figura dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco. Questo militare gestì un potere non debole per 32 anni. Il suo cursus politico ebbe inizio nel 1941 con un primo ruolo: sottosegretario alla Presidenza. Quando morì (aveva 70 anni), era capo del governo da sei mesi. Carrero Blanco favorì l’intesa con gli USA, facilitò l'accoglienza di politici “tecnici” dell'Opus Dei ai vertici del potere politico, e si mosse per meglio strutturare il regime di Franco sul piano istituzionale così da arrivare senza scontri al ritorno della monarchia.

Mentre la Falange si trovava ad affrontare criticità interne ed esterne, e permaneva una crisi economica, il “Caudillo” Franco cercò degli uomini adatti a rendere più moderna la struttura del Paese. Così, a fine anni Cinquanta, si ridusse il potere dei falangisti e di alcuni esponenti cattolici che avevano collaborato con il regime (es. Joaquín Ruiz Giménez), e vennero accolti dei nuovi ministri, tutti legati all’Opus Dei.

L’interazione di Carrero Blanco con Escrivá

Carrero Blanco, attraverso contatti privati, ebbe due interlocutori chiave nell'Opera. Questi furono: Escrivá e Antonio Pérez Tenessa, responsabile dell’Opera in Spagna. In particolare, attraverso i colloqui riservati intercorsi tra Carrero e Pérez, si arrivò a concordare le nomine a ministri economici di Alberto Ullastres Calvo, e di Mariano Navarro Rubio. Altri incarichi pubblici riguardarono Laureano López Rodó (Segreteria tecnica generale della Presidenza), e Faustino García Moncó (sottosegretario al Commercio). Questi ultimi due furono in seguito nominati ministri.

Nei libri che riguardano questo periodo è quasi assente un riferimento all’operazione silenziosa svolta dal responsabile dell’Opus Dei spagnola. E non si trova comunque alcun riferimento a quella che fu la regia centrale: Escrivá. Quest’ultimo, infatti, agiva sul piano dei contatti interpersonali, ma ufficialmente - in pubblico - si dichiarava estraneo a ogni linea politica. Con il trascorrere del tempo si cercò alla fine di velare la figura di Antonio Pérez Tenessa. Questi, infatti, decise alla fine di uscire dall’Opus Dei. E si recò in Messico. Tornò in seguito in Spagna.

Sulla Prelatura, per 27 anni, non fece mai commenti. Solo nel periodo legato alla beatificazione di Escrivá uscì dal riserbo che si era imposto per respingere delle gravi affermazioni esternate dai responsabili apicali dell’Opera (Álvaro del Portillo, Javier Echevarría).

Affermò tra l’altro: “(...) Da quando ho lasciato l’Opus Dei, ho mantenuto un rispettoso silenzio su quell’istituzione (l’Opus Dei, ndr) in cui ho trascorso onestamente i migliori anni della mia vita. (...)

Sebbene questa mia lealtà non sia sempre stata ricambiata, non intendo cambiare la mia linea di condotta, nemmeno quando vengo a conoscenza della pubblicazione di alcuni documenti nei quali le due più alte gerarchie dell’Istituto esprimono accuse insidiose contro di me, la cui falsità posso dimostrare con documenti. Non considero elegante entrare in dispute da cortile di quartiere.

Non ho mai chiesto di testimoniare nella causa di beatificazione di monsignor Escrivá de Balaguer - né a favore né contro - e mi sembra una iniquità che queste due persone osino squalificarmi in anticipo distorcendo i fatti, e che il tribunale ecclesiastico accetti comunque ogni cosa senza svolgere ulteriori indagini. (...)

Non mi sono mai trovato a mio agio all'interno dell'Opus Dei, ma mentre ero lì l'ho servita con tutta la mia dedizione. Ho sempre voluto andarmene; lo sanno. Mi sono opposto all'ordinazione (sacerdotale, ndr) per quanto ho potuto (Pedro Casciaro, allora segretario generale, lo sa), ma tutto fu inutile. Andarsene dall’Opera era a dir poco impossibile e non mi sembrava giusto farlo mentre ero in posizioni dirigenziali. Quando non le ebbi più, me ne andai, in malo modo, scappando come un malfattore, con quello che indossavo. Ma non esisteva un’altra via d'uscita.

Conoscevo il triste destino che mi aspettava a Roma se avessi ritardato di 24 ore la fuga. Quando mi sono visto libero, ho respirato, ho cominciato a sentirmi una persona, ho ringraziato Dio e continuo a farlo. Non ho alcun risentimento nei confronti di nessuno (...).

Dico semplicemente che l’Opera non faceva per me. Questo è stato l'errore di Padre Escrivá con me, simile a quello di predire la data della sua morte. (...) Quello che non capisco è che per esaltare le virtù del servo di Dio (Escrivá, ndr) sia necessario ricorrere al mito, alla menzogna e alla maledizione.

Auguro all'Opus Dei ogni successo, come immagine visibile della Chiesa trionfante, e vi chiedo solo una cosa: di lasciarmi in pace. Vivo molto felice con i miei figli e non cambio un solo giorno della mia vita attuale con tutti gli anni - molto interessanti, ma da incubo - che ho trascorso in Opus”.

Fino all’ultimo periodo della sua vita Escrivá sostenne sul piano ufficiale il proprio distacco e quello dell’Opera dalla politica. A conferma di ciò fece in alcuni casi riferimento a persone dell’Istituzione che avevano avversato il franchismo, e che per tale motivo ne avevano subìto la reazione. Tale posizione, come scritto da vari autori, ha taciuto però il fatto che la linea franchista del fondatore non subì mutamenti (esistono scritti di Escrivá a Franco che lo confermano). Solo dopo la fine del regime del “Caudillo” l’Opus Dei, attraverso prelati, direttori e scrittori, “riscrisse” alcune pagine dell’Istituzione sostenendo una propria “non vicinanza” al “Generalissimo”.

Attacco dei nemici o opposizione dei buoni?

In occasione della fase di preparazione della “Positio” di Escrivá, necessaria nel processo di beatificazione, si affrontarono più questioni. Una di queste fu legata al fatto che il carattere del fondatore si era dimostrato in più occasioni collerico, violento, aggressivo, vendicativo, verso coloro che erano definiti nemici (“enemigos”). Tale atteggiamento si acuiva quando il sacerdote spagnolo doveva incontrare persone che avevano manifestato l’intenzione di uscire dall’Opera. A causa di ciò, considerando il fatto che si lavorava per far dichiarare eroiche le virtù di Escrivà, fu necessario riesaminare tutti i suoi scritti e ‘ammorbidire’ quelle espressioni che potevano costituire una prova contro la santità del fondatore.

Per tale motivo l’espressione “nemici” dell’Istituzione venne cancellata e sostituita fino ad oggi con la frase “l’opposizione dei buoni”. In tal modo si poteva (e si può) presentare la figura del sacerdote come quella di una vittima che sopportava pazientemente, perdonava e offriva al Signore ogni sofferenza. Al riguardo, rimangono però le testimonianze di coloro che ebbero la possibilità di interagire con il fondatore (es. sacerdoti), di osservarlo da vicino (es. la segretaria personale) e in privato, e di ricevere da lui espressioni dure, irriguardose, prive di carità.

Qualche annotazione di sintesi

Una volta offerti alla Comunità scientifica alcuni dati storici sull’Opus Dei e sul suo fondatore, il compito di chi scrive è finito. Nel frattempo sono state ritrovate carte di Escrivá in due archivi (attualmente allo studio). Inoltre, periodicamente, continuano ad essere pubblicati in più siti web e in testi cartacei nuovi elementi informativi. Ad esempio, sull’impegno politico di Escrivá si può far riferimento a un video del 1969. Si tratta di una cerimonia ove il “Caudillo” Franco designa ufficialmente Juan Carlos de Borbón a succedergli come re di Spagna. Se si osserva il filmato, al minuto 6,56 si individua in quarta fila dal basso, primo da sinistra, il volto di Escrivá.

Altri dati di natura politica riguardano vari parlamentari. Sono delle indicazioni che attestano una rete di contatti non ufficiali, discreti. Su questa dinamica i media hanno riportato (22 maggio 2018), ad esempio, un video. Si vedono gli on.li Luigi Di Maio e Matteo Salvini entrare e poi uscire dal palazzo dell’’Apollinare’ (Roma) ove ha sede la Pontificia Università dell’Opus Dei (area extra territoriale). Ufficialmente si trattava di consultazioni antecedenti la formazione di un governo. Ma perché un incontro politico “discreto” proprio nell’Ateneo dell’Opera?

Anche chi scrive ricorda di aver visto - casualmente - la fase iniziale (gli arrivi) di un gruppo di politici invitati dall’on. Paola Binetti sempre nell’edificio dell’Apollinare. Tutto era coperto da segreto. Pure il mio amico numerario, il prof. Luis Martínez Ferrer, presente con me nel palazzo o stabile, mi disse che neanche lui era a conoscenza dell’iniziativa. Altre osservazioni sul modus operandi dell’Opus Dei hanno riguardato:

-il ruolo del prelato dell’Opera nella Congregazione vaticana per le Cause dei Santi. È stato rilevato al riguardo che il massimo responsabile dell’Opus Dei non dovrebbe partecipare a incontri ove si tratta di fedeli che in vita erano stati legati alla cit. Istituzione (da dichiarare venerabili, beati o da canonizzare);

-l’assenza nei documenti ufficiali dell’Opus Dei, e negli stessi interventi del prelato, di analisi pastorali chiare sui temi più delicati della Chiesa. In pratica, le considerazioni (quando ci sono) rimangono sempre generiche evitando posizioni chiare, esplicite;

-la continua insistenza nel prelato, e nei membri dell’Istituzione, sul fatto che l’Opus Dei “è vicina al Papa”, “segue il Papa”, “sostiene il Papa”. È stato evidenziato da alcuni che nella storia delle varie espressioni di Chiesa si è sempre operato in silenzio (ad es. nell’Azione Cattolica) seguendo le indicazioni del Pontefice. Questo è stato il modo per esprimere affetto e fedeltà al Vicario di Cristo. Ora, è la critica diffusa, questa continua esternazione di “vicinanza” al Papa sembra, in taluni momenti, una captatio benevolentiae (per fini legati all’Opera) e, contemporaneamente, un messaggio indiretto a molti cattolici (cioè: attenzione noi siamo vicini al centro di potere).

In tale contesto rimangono voci che suggeriscono di evitare scritti non sempre chiari. Ad esempio, nella Lettera di Echevarría già cit. permane un sottile messaggio. Si riportano qui di seguito dei passaggi.

- “Il demonio muove “(...) tutto ciò che può (...) porre ostacoli all'opera apostolica, cercando di ingannare la gente sulladorabile figura di Gesù Cristo, sulla Chiesa e sull'Opera (...)”.

-“Gli attacchi alla Chiesa e all'Opera sono stati l'occasione per diffondere ancora di più la verità sulla divinità di Nostro Signore, e sulla natura della Chiesa e dell'Opera”.

Queste frasi, a parere di alcuni, riconducono a un modo di presentare l’Opera a prescindere dalle sue dinamiche interne e dalle sue strategie e metodi. A tal fine si focalizza tutta la realtà della Chiesa così da ricavare un’affermazione indiretta: sono gli attacchi a Cristo, alla Chiesa, voluti dal demonio (il vero colpevole), che riversano effetti anche sul lavoro e la trasparenza dell’Opus Dei. Tale linea, però, al di fuori dell’Istituzione, è contestata, e soprattutto non pare in sintonìa con la richiesta di perdono a cui si accennava all’inizio di questo saggio.

Alcune indicazioni bibliografiche

AA.VV., Documentazione sull’Opus Dei, centinaia di testi (autori di vari Paesi) inseriti nel sito “Opuslibros nueva web” (Madrid). AA.VV., Dossier Opus Dei, Kaos Edizioni, Milano 2009. AA.VV., Pubblicazioni sull’Opus Dei, curatori vari, (indicazioni nei diversi siti web dell’Istituzione). J. Allen Jr., Decodificare l’Opus Dei, Edward Pentin intervista John Allen, in: ‘Newsweek’, 24 marzo 2005. A. Azanza Elío, Diecinueve años de mi vida caminando en una mentira Opus Dei, Mercadotecnia Grupo El Olivo, Ubeda 2004. V. Duborgel, In fuga dall'Opus Dei, Piemme, Casale Monferrato 2008. J. Estruch, Santos y pillos (el Opus Dei y sus paradojas), Editorial Herder, Barcelona 1993. J. B. Fellay, L’Oeuvre de Dieu, in: ‘Choisir’, 254, 1981, pp. 2-3. P. Hertel, I segreti dell’Opus Dei. Documenti e retroscena, Claudiana, Torino 1997. A. Mincuzzi, G. Oddo, Opus Dei. Il segreto dei soldi. Dentro i misteri dell'omicidio Roveraro, Feltrinelli, Milano 2011. F. Pinotti, Opus Dei segreta, Rizzoli, Milano 2006. G. Rocca, El fundador del Opus Dei. Une évaluation critique, in: ‘Revue d’histoire ecclésiastique’, 102, Leuven, aprile 2007, pp. 162-181 (rec. dell’opera di Andrés Vázquez de Prada, El fundador del Opus Dei…, 3 vol., Madrid, Ediciones Rialp, 2004). Id., L’Opus Dei. Appunti e documenti per una storia, L’Airone Editrice, Roma 1985 (Id., L'«Opus Dei». Appunti e documenti per una storia, in: ‘Claretianum’ 25, 1985, pp. 5-227). Id., Los estudios académicos de san Josemaría Escrivá y Albás, in: ‘Claretianum’, vol. XLIX, 2009. G. Romano, Opus Dei. Il messaggio, le opere, le persone, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002.

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current13:20, 11 October 2021 (2.33 MB)Bruno (talk | contribs)'''L’OPERA DEVE PASSARE NASCOSTA -''' '''PER UNA STORIA DELL’OPUS DEI.''' '''TRA RICHIESTA DI PERDONO (2018) E POSSIBILE RINNOVAMENTO''' (Prof. Pier Luigi Guiducci) Nel trascorso periodo diversi studiosi hanno cercato di comprendere meglio la figura giuridica della Prelatura Personale, e quella della Santa Croce e dell’Opus Dei in particolare.<ref name="footnote_1">undefined</ref> In tale contesto, anche gli storici (e quelli della Chiesa in particolare) hanno inteso focaliz...

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