Le ricerche storiche sull’Opus Dei

From Opus Dei info

di Pier Luigi Guiducci, (febbraio 2019)


Anche in anni recenti la ricerca storica sulla figura di Monsignor Escrivá de Balaguer (1902-1975; canonizzato nel 2002), fondatore dell’Opus Dei (attuale Prelatura Personale), ha continuato a fornire contributi. L’Istituto Storico dell’Opus Dei pubblica periodicamente monografie su aspetti della vita del fondatore e su figure e momenti significativi dell’Opera. Esistono inoltre anche apporti scientifici di autori non membri dell’Istituzione, e testimonianze di ex numerari che disegnano una realtà critica, complessa. Tutto ciò, è probabilmente destinato ad avere nuovi sviluppi perché taluni «aspetti nodali» non sembrano facilitare la diretta conoscenza di documenti fondativi (almeno in fotocopia), e l’esatta descrizione di dinamiche riconducibili all’azione del fondatore e a quella dei suoi successori. Può quindi avere una qualche utilità l’indicazione di taluni temi di ricerca storica e di confronto tra studiosi lasciando ogni commento alla comunità scientifica.

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La ricerca storica: le fontes

Tra gli argomenti affrontati in questi decenni sembra emergere in modo preminente la questione delle fonti. Anche secondo il parere di uno studioso spagnolo, ex numerario dell’Opus Dei, esistono dei quesiti che rimangono aperti. In particolare: Escrivá ha realmente annotato quelle frasi che autori della Prelatura affermano essere autentiche? Nelle sue prediche ha rivolto agli uditori proprio quelle espressioni considerate esatte dai membri dell’Istituzione?

Tali perplessità non avrebbero motivo di essere se vi fosse, anche in presenza di eventuali modifiche, un manoscritto originale o un testo autorizzato dallo stesso fondatore. Nel contesto descritto le edizioni critico-storiche, favorite dalla Prelatura, non sembrano dissolvere – a parere di più studiosi – le perplessità indicate. Emergono poi altri aspetti. Dagli anni Ottanta (XX secolo), si utilizzano nei centri della Prelatura sei tomi a uso interno dal titolo Meditaciones (Meditazioni). Servono a orientare i tempi della preghiera mattutina. Al riguardo, è possibile osservare che viene utilizzata solo la seconda redazione di quest’opera: quella che venne decisa da Monsignor Álvaro del Portillo. Tale nuova edizione (1987-1990), corretta e ampliata, accoglie in più parti «testi frammentati» del fondatore, quasi non presenti nella prima edizione. Ne deriva un fatto: quando in questi tomi si individuano frammenti delle carte fondazionali di Escrivá, evidenziati in grassetto, si pensa (o si suppone) che esista una fonte documentale a supporto. Queste citazioni si distinguono poi da altre parti del testo perché i redattori «interpretano» il pensiero del fondatore facendolo precedere e seguire da talune sottolineature. Inoltre, secondo il pensiero dell’ex numerario, la stessa frammentazione dei testi originali costituisce già una «interpretazione», senza escludere possibili «manipolazioni» delle fonti.

In tale contesto viene sottolineata la necessità di poter leggere non dei singoli brani ma il documento nella sua interezza. Ciò renderebbe più facile la conoscenza del contesto letterario e di quello storico. Tale aspetto ha trovato nel tempo delle difficoltà (non completamente risolte dall’edizione critica delle Opere) perché, a detta dell’ex numerario, quasi tutti gli scritti del periodo di fondazione di Josémaría Escrivá sono stati rimossi dall’uso ordinario e resi non accessibili al mondo degli studiosi in generale e a quello degli stessi membri dell’Opus Dei.

1) Il fatto desta sorpresa specie se si legge, a esempio, Del espíritu y las costumbres. In tale lavoro si delinea la «pietà dottrinale» dei fedeli dell’Opus Dei. In questo testo, al numero 9, si trova la nota 2: «Oltre alla Sacra Scrittura e ai documenti del Magistero della Chiesa, tutti hanno letto – “riletto” – molte volte gli scritti del nostro Fondatore, in particolare le Lettere e i documenti che ha scritto per la formazione dei suoi figli, e gli editoriali e gli articoli dottrinali delle Pubblicazioni interne».

Nel testo il verbo «releen» («rileggere») è stampato in corsivo. Viene chiarito inoltre che gli scritti del periodo di fondazione dovrebbero costituire un normale tema di riflessione, di lettura e di rilettura. Afferma però l’ex numerario: chi è in grado di elencare, anche a prescindere da una loro lettura, le circa 50 lettere con i loro titoli e le rispettive date?

2) Questa considerazione, secondo l’opinione di chi è uscito dalla Prelatura, aiuta a richiamare l’attenzione anche sulla «formazione interna» seguita dall’Istituzione. In pratica: difficilmente si utilizzano le più importanti fonti originali di Monsignor Escrivá. In genere si usano «fonti interpretate», «frammenti interpretati», interpretazioni generali. Non sembra quindi favorito un approfondimento della fedeltà dei testi esaminati alla loro fonte autentica.

3) Il fatto succitato si riscontra, a parere di ex numerari, anche con il Programa de formación inicial (B-10) la cui stesura viene attribuita al fondatore dell’Opus Dei. Si sottolinea al riguardo che per più motivi (di comodo, di superficialità, di insufficiente preparazione di chi deve trasmettere «dottrina») il diretto utilizzo di quel breve testo è sostituito da ordinari opuscoli che «sviluppano il contenuto» del lavoro originario. In tal modo, l’«interpretazione ufficiale» prevale sul significato letterale della «fonte autentica».

Le situazioni descritte, si afferma, producono un effetto moltiplicatore sul piano pratico. La presunta fedeltà personale al carisma del fondatore viene gradualmente trasformata e ridotta a una docilità (fedeltà) alla volontà e alle affermazioni dell’autorità dell’Istituzione. Carisma e direttive apicali costituiscono però degli aspetti molto diversi tra loro. La questione non pare marginale perché determinate prassi interne possono favorire posizioni passive, acritiche. Vale al riguardo un esempio: il marchesato di Peralta assegnato a Monsignor Escrivá. Esiste una «storia ufficiale» (che segue «un rigoroso ordine genealogico»), ma la ricerca storica ha condotto verso altre evidenze. Non è possibile mostrare l’albero genealogico completo che dovrebbe unire Josemaría Escrivá de Balaguer con Juan de Peralta, elevato al rango di marchese dall’Arciduca Carlo all’inizio del XVIII secolo. Malgrado gli sforzi per ricostruire in dettaglio la vita del fondatore, rimangono noti solo i nomi dei suoi genitori e quelli dei nonni.

Secondo il pensiero di più ex numerari l’argomento è serio. La «letteratura ufficiale» della Prelatura dell’Opus Dei in generale (testi di ascetica, documenti ufficiali, libri storici, sussidi spirituali) si mostra segnata da un limite: quello di essere direttamente o indirettamente «impoverita» da un voluto interesse a divulgare determinate «storie», presentate secondo delle specifiche modalità. Purtroppo, non di rado, queste «storie» rimodulano la verità storica. La stessa esegesi parziale che Escrivá esponeva ai fedeli – con riferimento a diversi testi della Sacra Scrittura – costituisce un altro esempio non debole. Sul piano scientifico tale metodo non è accolto da più autori. Sottolineano al riguardo alcuni ex numerari che è trascorso ormai il tempo dell’apologia persuasiva e della facile retorica.

4) Le criticità riguardano una parte non irrilevante dei volumi che costituiscono la collana «Bonus Pastor». La pubblicazione di questi testi ha avuto inizio nel 1995. Risale infatti a quell’anno la stampa del numero IV. I tomi si riferiscono agli insegnamenti di Josémaría Escrivá. Più precisamente alla sua «predicazione orale». L’intenzione della Prelatura, sottolineano gli ex numerari, è quella di presentare il fondatore dell’Opus Dei come l’autentica guida: «pastor unico y exclusivo» dei suoi. Egli rivolge le sue attenzioni in direzione di un preciso gregge. Tale angolatura, si sottolinea, dovrebbe essere rimodulata osservando un orizzonte più esteso, ove è presente l’agire di molti altri pastori. In pratica: ogni fedele dovrebbe essere incoraggiato a usufruire dell’aiuto di più pastori, senza accentuare distinzioni o indicazioni ambigue («buoni» e «cattivi»).

In tale contesto, nell’introduzione al IV volume, viene specificato che quegli insegnamenti «li abbiamo custoditi nella nostra memoria, li abbiamo considerati ripetutamente nella nostra preghiera, ci sono serviti di stimolo per approfondire in questa ricchezza divina quello che il nostro Fondatore ha diffuso a piene mani. Ci hanno tanto aiutato, che fin dal primo momento ci sono stati dei nostri fratelli che ebbero l’accortezza di annotarli per iscritto, e – negli ultimi anni della vita del nostro Padre – di registrarli su nastro».

A questo punto, sono diversi gli ex numerari che pongono alcuni interrogativi. La predicazione orale è da ritenere priva di glosse? Anche ammettendo una sua autenticità, rimangono comunque – si afferma – degli aspetti inevasi. Di quali appunti si tratta? Di quali note? Tali insegnamenti quando vennero riportati per iscritto? In che modo furono annotati? Quanto è affidabile colui o coloro che hanno fatto la trascrizione? Quale supporto documentale sostiene questi ricordi della predicazione?

Qualcuno aggiunge: questi testi sono stati presentati per l’esame dottrinale nei processi di beatificazione e canonizzazione? Si tende a presumere di no, perché non sono realmente scritti dal fondatore e non possono essere attribuiti a lui, almeno fino a quando non verranno chiariti i quesiti in precedenza riportati.

5) In tale contesto, gli ex numerari evidenziano il fatto che, malgrado diffuse riserve, i «nuovi» testi della collana editoriale «Bonus Pastor» sono presentati come una «fonte sicura», autentica. In pratica: come se fossero la voce di Escrivá che «rivela» il suo carisma. Qualcuno si chiede: come è possibile? È sufficiente la rassicurazione del Prelato ad assicurare la storicità? In definitiva, servirebbero dei riferimenti obbligatori per garantire l’affidabilità degli scritti o, detto in altro modo, per delimitare il grado della loro autenticità.

Con il trascorrere del tempo sono stati pubblicati più volumi. In una prima fase sono stati editi i numeri da IV a VIII.

a) Volume IV: In dialogo con il Signore. Testi di predicazione orale (Roma 1995). Contiene meditazioni del fondatore predicate tra il novembre 1954 e il marzo 1975, già pubblicate nei bollettini Crónica e Noticias. In questo caso, secondo gli ex numerari, si deve presumere che quanto stampato fu autorizzato dall’autore nell’attuale forma editoriale (ciò rimane comunque una «presunzione»).

b) Volume V: Da soli con Dio. Testi per la meditazione (Roma 1996). È una raccolta di brevi note scritte dal fondatore per introdurre ogni singolo numero di Crónica e di Noticias, e della Scheda informativa, che precedette la pubblicazione delle due riviste. Questa compilazione sostituisce un’altra pubblicata nel 1981, dove non apparivano i punti dell’antica Scheda informativa. Anche in questo caso saremmo davanti a un’opera originaria, riconosciuta dal suo autore mentre era in vita.

c) Volume VI: Case luminose e allegre. Catechesi sulla famiglia (Roma 1997). Si tratta di una raccolta di citazioni sul matrimonio e la famiglia, tratte dalla predicazione di Monsignor Escrivá per la Penisola Iberica (1972), e per l’America (1974-1975). Nella misura in cui i testi furono pubblicati durante la vita dell’autore, si deve presumere che pure questi scritti siano stati approvati dal fondatore, anche se ciò non esclude il dato storico che attiene all’effettiva predicazione che si afferma di trasmettere, poiché l’autore potrebbe aver rielaborato i testi in fase di stampa.

d) Volume VII: Crescere dentro. Testi tratti dalla predicazione del Fondatore dell’Opus Dei. Madrid 1937 (Roma 1997). Raccoglie gli appunti annotati in occasione delle meditazioni predicate da Escrivá nei mesi di aprile-agosto 1937, a Madrid, mentre era rifugiato nel Consolato dell’Honduras, con altri membri dell’Opus Dei.

e) Volume VIII: Mentre ci parlava in cammino. Testi tratti dalla predicazione del Fondatore dell’Opus Dei (Roma 2000). Analogo al precedente, è un volume realizzato con gli appunti trascritti in 26 meditazioni predicate da Escrivá tra il 1945 e il 1974.

6) Tenendo conto di questi scritti e del loro contenuto, più ex numerari rimangono del parere che non si può assegnare a tutti i testi lo stesso livello di qualificazione e di affidabilità. In linea di principio, i volumi IV-VI non pongono troppe questioni critiche per essere riconosciuti come gli scritti di Escrivá, anche se il loro supporto documentale è da verificare. Al contrario, i volumi VII e VIII, si sostiene, sono da considerare «pseudo-escritos», non affidabili dal punto di vista scientifico, perché l’edizione non fornisce dati che consentano di verificare se «quanto attribuito a Escrivá» è davvero la sua predicazione, né offre spiegazioni su come, quando e da chi, è stato redatto il testo divulgato.

7) In tale contesto, nella Prelatura dell’Opus Dei si insiste sul fatto che, con la canonizzazione di Escrivá, ogni scritto è diventato «patrimonio della Chiesa universale». Tuttavia, diversi ex numerari sostengono che tale «universalità» sembra in realtà ristretta agli ambienti dell’Istituzione. In pratica: non ci si preoccupa troppo di verificare se gli scritti più direttamente originali e fondamentali siano stati secretati, mentre altri (pseudo-scritti) siano stati divulgati senza rispetto per le regole del metodo storico.

La ricerca storica: agire politico di Escrivá e collaboratori

Accanto agli aspetti sopra indicati, l’attuale ricerca storica ha cercato di far luce anche su una tematica significativa: l’agire politico di Monsignor Escrivá. Al riguardo, diversi testi di autori vicini all’Opus Dei affermano che il fondatore non volle mai avvicinarsi al mondo politico, non sviluppò orientamenti politici e che, nel periodo del franchismo spagnolo, ebbe solo dei formali e rapidi momenti di interazione con il Caudillo. Al riguardo occorre ricordare che tale tematica ha pure ricevuto ulteriori contributi da storici della Chiesa e da ex numerari che hanno pubblicato le loro ricerche in libri, articoli e siti web. Può essere utile, allora, riportare alcuni dati che provengono anche dal sito spagnolo: opuslibros.org/nuevaweb.

1) 1939. Dopo l’ultima delle massime contenute in Cammino, Escrivá volle annotare: «Questo libro fu terminato a Burgos, il giorno della Purificazione della Beata Vergine Maria, l’anno 1939, III Triunfal. Anno della vittoria». Nel medesimo anno (28 marzo) il fondatore torna a Madrid con le truppe franchiste (utilizzando un loro camion).

2) 1945. Con dedica scritta di proprio pugno, Escrivá dona copia del suo testo Santo Rosario al Caudillo. Nella dedica si può leggere: «Al Caudillo, Francisco Franco, con sincero affetto. Madrid. Giugno 1945. Josemescrivá».

3) 1948. Nel giornale «Nueva España», del 9 aprile 1948, a pagina 4, si trova una notizia di cronaca significativa. I lettori vengono informati che «il Ministro degli Affari Esteri, signor Martin Artajo, continua a ricevere un gran numero di lettere e di telegrammi di autorità e di singoli contenenti entusiastiche felicitazioni con i Generali Franco e Perón a motivo della firma apposta al Protocollo che prende i loro nomi. Tra queste, per le espressioni di affetto reciproco tra Argentina e Spagna con le quali sono redatte, si distinguono quelle del Presidente della Deputazione di Granada, del Governatore Civile e Presidente della Deputazione di La Coruña.

Il signor Martin Artajo ha ricevuto nel suo ufficio del Palazzo di Santa Croce le seguenti personalità: signor Elizalde, Ambasciatore Filippino negli Stati Uniti; signor Broye, Ministro di Suiza; Don Manuel Escuidero, incaricato di affari delle Filippine; principe Costantino di Baviera; Monsignor Angelo Tuirrado Moreno, Vicario Apostolico di Machiques, Venezuela; Vescovo di Asso, Monsignor Lauzurica; Monsignor Escrivá, direttore dell’“Opus Dei”; reverendo Padre Edmundo Chávez, canonico di Friburgo, Svizzera; signor Gaxiola, ex Ministro dell’Educazione del Messico; mister Llody, deputato conservatore inglese; don Santiago Dantes, professore brasiliano; don Francesco Cerdeira, direttore della rivista “Los Quijotes”, vari scrittori e molte personalità».

Commentando tale comunicato redazionale, un autore che fa parte dei numerari dell’Opus Dei (Stoner) rileva il fatto che Escrivá è presente a un avvenimento non religioso ma strettamente politico, e che il fondatore venne ricevuto da un Ministro (Alberto Martín Artajo) il cui nominativo si ritrova negli incartamenti che riguardano un iter di nomina episcopale (travagliato) insistente sulla persona di Escrivá.

4) Nel 1949, il braccio destro di Escrivá, Monsignor Álvaro del Portillo, nel suo ruolo di procuratore generale della Società Sacerdotale della Santa Croce, scrive al Ministro degli Affari Esteri Spagnolo per ottenere appoggio e aiuti finanziari. Nella lettera trasmessa ad Alberto Martín-Artajo Álvarez, in particolare, si fa riferimento al centro di ricerca e cultura internazionale che si vuole realizzare a Roma. Tale collegio dovrà preparare persone capaci di affrontare, in ogni ambito del sapere, «le tendenze eterodosse del pensiero che in modo particolarmente serio minacciano la Chiesa e i valori della civiltà occidentale». Del Portillo informa sui collegamenti con l’Ambasciatore Spagnolo presso la Santa Sede e dichiara che la Società che rappresenta chiede protezione e aiuto allo Stato Spagnolo. Ricordato il ruolo della Spagna (primato di difesa della Cristianità), Monsignor Álvaro concretizza una richiesta: una sovvenzione e un anticipo finanziario da restituire (per un totale di otto milioni di pesetas).

5) Nel medesimo anno (8 agosto 1949) Monsignor Escrivá scrive direttamente al Caudillo Franco per chiedere aiuti. Il progetto da sostenere è l’edificazione del Collegio Romano della Santa Croce. Il fondatore lo presenta come centro di cultura internazionale dove potranno riunirsi cattolici da tutto il mondo «in un ambiente cristiano e spagnolo». Nel testo il Presidente dell’Opus Dei scrive: «Non devo sottolineare, mio Generale, ciò che l’Opus Dei è per la Chiesa e per la Spagna. A Roma hanno gli occhi su di lei; ultimamente, la Santa Sede, come prova di distinzione e affetto, ci ha regalato una villa a Castelgandolfo e la chiesa e la terra di Santa Lucia del Gonfalone, monumento nazionale. Non dimenticare, mio Generale, che anche quando si tratta di un’istituzione cattolica, qui e ovunque, dietro l’Opus Dei puoi vedere la Spagna». Scrive ancora Escrivá: «Confido nella Sua generosità, nella Sua provata condizione di figlio della Chiesa e nella sua abnegazione al servizio di tutto ciò che esalta la Spagna, e sono sicuro che farà quanto possibile affinché tutto questo prosegua». La lettera si conclude con queste espressioni: «La tengo molto presente nelle mie preghiere. E pongo nelle Sue mani e nel Suo cuore uno dei momenti decisivi nella storia del nostro Istituto. Con profonda gratitudine per il Suo aiuto, rimango vostro affettuosissimo. Josemescrivá».

6) Il 14 luglio del 1952, Monsignor Álvaro del Portillo, a nome di Escrivá, indirizzò da Madrid una lettera al Caudillo Franco. Nella missiva è scritto tra l’altro: «Conosciamo il desiderio sincero di Vostra Eccellenza, più volte espresso al nostro Fondatore e Presidente Generale, Monsignor Escrivá de Balaguer, e a me medesimo, di aiutarci nel lavoro». Sulla base di tale affermazione lo scrivente allega un pro memoria di cui si riporta l’istanza-chiave: «È così tanto quello che può essere fatto al servizio di Dio e della Patria, e così urgente per non far distruggere dall’influenza di sette tenebrose e di dottrine sovversive lo sforzo che il Nuovo Stato, sotto la direzione suprema di Vostra Eccellenza, ha compiuto per il completo ripristino di un ordine sociale più cristiano e più giusto, che dobbiamo impegnarci in un’impresa così difficile a qualunque costo.

Non chiediamo alcun aiuto speciale da parte dello Stato, che ha anche le sue opere di questo tipo di cui occuparsi. Non vogliamo gravare sul pubblico erario. Il nostro lavoro, anche quando cooperiamo efficacemente con l’ufficiale, è privato e pensiamo di farlo con i nostri mezzi. Abbiamo però bisogno di essere inizialmente forniti di risorse economiche in un modo normale per qualunque istituzione: il credito bancario a lungo termine. Per questo motivo, pensiamo di sollecitare presso il Banco di Spagna un credito aziendale di 55 milioni di pesetas: e preghiamo vivamente Vostra Eccellenza di sostenere la nostra richiesta davanti al Governatore della Banca».

Questa lettera, come altri testi, conferma un dato: Escrivá ha un rapporto diretto con Franco. Tra i due esiste un’intesa.

7) Il 23 maggio del 1958, Monsignor Escrivá scrisse al Caudillo Franco per esprimere felicitazioni e sostegno in occasione della promulgazione dei Principi Fondamentali. In tale atto si confermava la positività della scelta «cattolica». Per tale motivo il fondatore dell’Opus Dei volle annotare: «È la fedeltà del nostro popolo alla Tradizione cattolica che garantirà per sempre il successo degli atti di governo, la certezza di una giusta e durevole pace all’interno della comunità nazionale, così come la benedizione divina su coloro che mantengono posizioni di governo». Con questa missiva Escrivá manifestò, utilizzando temi religiosi, aperto sostegno alla politica del Generalissimo.

8) Il 28 ottobre del 1966, Escrivá, in modo deciso, volle trasmettere al Ministro José Solís Ruiz (1913-1990) una lettera di riprovazione per gli avvenuti atti ostili della stampa di regime nei confronti dell’Opus Dei. Nel testo, de Balaguer pone in evidenza l’ingiustizia che si va realizzando in quel periodo. Egli sottolinea che a diversi esponenti politici non è mai stata chiara la netta differenza tra le attività spirituali dell’Istituzione e le singole, autonome scelte dei membri dell’Opus Dei. Escrivá insiste sul permanere di realtà equivoche, su offese a Dio per la confusione tra realtà spirituali e vicende terrene, sulla libertà dei membri dell’Istituzione. E dichiara che «questa famiglia spirituale non interviene né può mai intervenire in scelte politiche o terrene in nessun campo, poiché i suoi fini sono esclusivamente spirituali». Richiamandosi al giudizio di Dio anche per gli scritti denigratori a danno dell’Opus Dei, Escrivá conclude in modo deciso: «La supplico di porre fine a questa campagna contro l’Opus Dei […]. Altrimenti, penserò che non mi ha compreso; e sarà chiaro che Vostra Eccellenza non è capace di comprendere né di rispettare la libertà».

I primi commenti a questo testo, di autori vicini all’Opus Dei, hanno evidenziato una specie di persecuzione che colpì l’Istituzione. La lettera di Escrivá costituiva dunque una necessaria difesa. Ma in tempi successivi diversi ex numerari, sulla base di ricerche mirate, hanno fornito dati che presentano una realtà storica diversa. Gli argomenti sono:

a) Escrivá, fin dal periodo di Burgos, chiese appoggio agli esponenti del franchismo. Tali richieste di sostegno hanno incluso anche diversi favori. A esempio, come attesta Miguel Fisac, la possibilità di inserire membri dell’Opus Dei (Pedro Casciaro, Francisco Botella) in un ufficio di reclutamento militare. Per questo motivo il fondatore non può quindi tracciare una divisione netta tra spirituale e temporale.

b) I singoli aderenti dell’Opus Dei hanno lavorato seguendo una strategia anche politica concordata con il fondatore (filo-nazionalista). Si collocano qui una serie di lettere, di incontri e di scelte mirate a sostenere il Caudillo Franco.

c) Determinati esponenti dell’Istituzione, una volta inseriti in ruoli pubblici, di natura rilevante, hanno dimostrato di seguire una linea di favore verso altri membri dell’Opera (inserendo quest’ultimi nei quadri intermedi) e ostacolando (o bloccando) la carriera di quanti non erano vicini all’Opus Dei ma facevano comunque parte delle forze franchiste (nazionaliste). La reazione della stampa falangista non può quindi essere considerata un fatto improvviso e immotivato, né si può parlare di persecuzione. È piuttosto una reazione interna al regime avversa al modo di operare dell’Istituzione considerato equivoco. Tale fatto fu aggravato da una posizione di segreto assoluto (imposta dai vertici dell’Opus Dei) che produsse criticità. In definitiva, affermano gli ex numerari e altri autori, la lettera di Escrivá a Solís rimane una pesante (e irriguardosa) intromissione in questioni politiche.

9) Il 5 febbraio del 1969 l’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, Antonio Garrigues y Díaz-Cañabate (1904-2004), trasmise una lettera riservata al Ministro Spagnolo degli Affari Esteri, Fernando María Castiella y Maíz (1907-1976). Tra i due esisteva un rapporto di amicizia. Per tale motivo l’Ambasciatore può dare del «tu» al responsabile della politica estera spagnola. Questo testo è significativo perché Garrigues riferisce di un colloquio avuto con il fondatore dell’Opera. Nel resoconto vengono riportate una serie di affermazioni di Escrivá. Tra queste, quella che il sacerdote spagnolo ha avuto e continua ad avere molta amicizia con il Caudillo. Quest’ultimo – afferma Escrivá – lo chiama spesso da Madrid, parlandogli con grande confidenza. Quanto riportato consente di affermare che il fondatore dell’Opus Dei mantenne sempre dei collegamenti con il Caudillo, segnati da rapporti non formali ma sostanziali.

Nel testo indicato, Escrivá non esita a presentare situazioni che, a suo avviso, sono da modificare: l’ingerenza dei laici nella nomina dei Vescovi, il fatto che i nemici dell’Opus Dei (non specifica quali) non riconoscono all’Istituzione di aver anticipato il Concilio Vaticano II in molte cose, a esempio in materia di amore umano. Sul secondo argomento Escrivá è polemico con i Gesuiti. Sono quest’ultimi che hanno voluto proporre come patrono della gioventù San Luigi Gonzaga. Però, tale personaggio era abituato a non abbracciare neanche la madre pur di non violare un impegno di purezza. Per Escrivá San Luigi «è un mostro». Al riguardo egli ha detto al Padre Arrupe (Generale dei Gesuiti) di aver sempre abbracciato la propria madre. E aggiunge che, una volta in Paradiso, avrebbe sgridato San Luigi per il comportamento assunto con la genitrice.

Escrivá però dice altro: e fa riferimento alla crisi dei Gesuiti (a causa del concetto autoritario su cui è fondata la Compagnia), alla loro disobbedienza (che non c’è nell’Istituzione fondata da Josémaría), all’accusa che è stata fatta nelle «Cortes» spagnole contro l’Università di Navarra (sostegno dello Stato Spagnolo all’ateneo dell’Opus Dei), alla prossima udienza presso il Papa (perché ci sono molte cose da cambiare nella Chiesa).

L’ultima affermazione del fondatore riportata dall’Ambasciatore è la seguente: c’è una grande crisi di autorità nella Chiesa.

I fatti descritti delineano un Escrivá che non pare un soggetto timido, tendente all’umile nascondimento, propenso a non parlare criticamente degli altri, lontano da esponenti politici. Al contrario, sa sviluppare una notevole dialettica, segnata da chiare venature polemiche, con critiche rivolte a persone non presenti (che non possono quindi replicare).

10) Esiste ancora un episodio esaminato dagli storici. Negli anni ’70 (XX secolo) Escrivá volle affrontare una vicenda che considerava critica. Nella Segreteria di Stato Vaticana, il sostituto Monsignor Giovanni Benelli (1921-1982) aveva dimostrato un atteggiamento non favorevole all’Opus Dei. Tale posizione teneva conto di rapporti trasmessi alla Santa Sede dalla Spagna ove si criticavano alcune scelte dell’Istituzione (specie le forme di autoreferenzialità, l’insistenza sul segreto e la mobilitazione di membri dell’Opus Dei per acquisire posizioni di forza in ambito pubblico). A questo punto, Escrivà, tramite il suo braccio destro, Monsignor Álvaro del Portillo, volle informare della vicenda l’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede (Antonio Garrigues). Quest’ultimo, chiese e ottenne udienza da Monsignor Benelli per sé, per Escrivá e per del Portillo. L’incontro si svolse in un clima non teso ma franco. Anche da tale episodio diversi storici hanno evidenziato un dato: in più occasioni Escrivá volle utilizzare un Ambasciatore, esponente del Ministero Spagnolo per gli Affari Esteri (area politica), per gestire situazioni interne alla vita ecclesiale.

La ricerca storica: dati ritenuti spuri

Accanto alle indagini che cercano di studiare i movimenti di Escrivá in ambito politico, sono state promosse da più storici delle ricerche che hanno tentato di recuperare taluni aspetti poco evidenziati (o non sottolineati) da autori vicini all’Opus Dei.

Uno di questi riguarda il rapporto tra Escrivá e l’Ordine della Compagnia di Gesù. In taluni scritti di persone dell’Opera si rimarca una criticità di rapporto storico tra quest’ultima e i Gesuiti. Tale aspetto avrebbe origine da una presunta posizione non amichevole dimostrata da religiosi della Compagnia verso l’Istituzione e il suo fondatore. In definitiva: determinati «momenti difficili» avrebbero per responsabili dei Gesuiti. Nel recente periodo nuove ricerche hanno cercato di rimodulare tale affermazione fornendo una serie di dati che qui si cerca di riassumere.

1) Fin dal periodo degli inizi, fu Escrivá ad avvicinarsi alla Compagnia di Gesù e a seguire i metodi di quest’ultima. Divenuto sacerdote, scelse poi per confessore un Gesuita raggiungendo più volte la sede ove quest’ultimo risiedeva. Con lui si confrontò riguardo a quanto intendeva promuovere. Volle inoltre inserire nelle sue indicazioni per i membri dell’Opus Dei aspetti della vita della Compagnia:

– l’orientamento di quest’ultima davanti al mondo moderno,

– gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola,

– le pratiche ascetiche (preghiera mentale),

– il ruolo di chi ricopre funzioni apicali di governo,

– l’ubbidienza totale al superiore,

– talune espressioni spirituali,

– l’attenzione a testi spirituali di autori gesuiti quali il libro del venerabile Padre Luis de la Puente SI (1554-1624),

– aspetti della Ratio studiorum dei Gesuiti.

2) Escrivá, nel trascorrere del tempo, delineò un modo di procedere (protetto da un rigoroso segreto) che pose in ombra i collegamenti naturali con i Gesuiti preferendo far riferimento a ispirazioni ricevute direttamente da Dio. In tal modo, quanto poi comunicava ai suoi non era da discutere, da criticare, perché le indicazioni provenivano «dall’alto». Unitamente a ciò, determinate iniziative di Escrivá furono interpretate come un voler riformare una Chiesa sfigurata in vari aspetti. In questa Chiesa, però, continuavano (e continuano) a operare molte espressioni apostoliche. Tra queste, anche la Compagnia di Gesù (che aveva attraversato i secoli, sostenendo la Chiesa dopo lo scisma luterano). C’è anche da aggiungere che nella spiritualità di Escrivá, tutto rimaneva vicino a quella che era l’idea centrale dei Gesuiti: «Ad maiorem Dei gloriam» (concetto ripetuto dal fondatore nei suoi scritti). Tale situazione motivò delle riserve tra i Gesuiti. Questi, conoscevano infatti le tappe formative di Escrivá, la sua interazione con i figli spirituali di Sant’Ignazio, la sua conoscenza di testi religiosi di più autori (per esempio, di San Benedetto da Norcia che utilizzò per primo il termine «Opus Dei» nella sua Regola, Santa Teresa d’Avila che scrisse Cammino di perfezione, ed altri), e le stesse realtà familiari del fondatore dell’Opus Dei.

3) In tale contesto si aggiunse un fatto. Diversi membri dell’Opera, nell’ambito di un’azione di proselitismo (discreta ma molto attiva), cercarono di coinvolgere nelle iniziative dell’Opus Dei anche delle persone vicine alle congregazioni mariane (fondate e dirette dai Gesuiti). Il fatto generò una situazione non serena. E non mancarono delle riserve sull’Opus Dei (sull’identità dell’Opera, sul «modus operandi» legato al segreto, sul ruolo dei suoi membri nella vita della Chiesa…). Il clima di quel momento non favorì chiarimenti. L’interazione ne soffrì. Contemporaneamente, anche in altri ambienti spagnoli non vicini ai Gesuiti vennero espresse critiche all’Opus Dei (per più motivi, anche politici). Tale situazione convinse diversi ecclesiastici a riferire alla Santa Sede.

Le vicende successive riguardanti l’Opera e la Compagnia si svilupparono seguendo un tracciato parallelo. Emersero poi ulteriori vicende.

1) Le principali riguardarono quanto l’Opera chiedeva alla Santa Sede in materia di riconoscimento giuridico. Con riferimento a tali istanze, più autori manifestarono dei pareri critici. Lo fecero in riviste (iniziativa autonoma) e in atti formali (richiesti dalle stesse autorità vaticane). Tra i firmatari ci furono anche dei Gesuiti. Il loro parere articolato (preciso sul piano canonistico e non polemico) non venne gradito da Escrivá che esternò la sua forte contrarietà in più modi.

2) Nel 1965 venne eletto Preposito Generale della Compagnia di Gesù lo Spagnolo Pedro Arrupe. Quest’ultimo, tra le sue prime iniziative, volle promuovere incontri con esponenti di diverse espressioni ecclesiali. Invitò a pranzo anche Escrivá. Nella memoria di taluni testimoni del tempo si ricorda una iniziale linea di chiusura del fondatore. Alla fine, dopo più chiamate telefoniche di Arrupe, Escrivá accettò di recarsi presso la sede della curia generalizia della Compagnia di Gesù. Il momento conviviale, corretto nella forma, non servì a superare dei nodi. Fu poi riferito il fatto che il fondatore dell’Opus Dei esternò il proprio malumore chiedendo perché i Gesuiti attaccavano l’Opera. I canali di comunicazione comunque non si chiusero per la mediazione mantenuta da Monsignor Álvaro del Portillo. In tale contesto, rimane comunque rilevante il fatto che in occasione del processo di canonizzazione di Escrivá, alcuni Gesuiti furono esclusi dall’elenco dei testi che sarebbe stato obbligatorio ascoltare.

Il 15 aprile del 1967, durante un’intervista rilasciata al «Time Magazine», Escrivá rispose a una domanda che riguardava «segretezza» e «mistero» presenti nell’Opus Dei. In tale occasione il fondatore disse: «Lei parla di accusa di segreto. È una storia ormai molto vecchia. Potrei narrarle, punto per punto, l’origine storica di questa accusa calunniosa. Per molti anni, una potente organizzazione, di cui preferisco non fare il nome – l’amiamo e l’abbiamo sempre amata – si è dedicata a falsificare quello che non conosceva». Anche il giornalista Vittorio Messori cita in un suo libro tale affermazione e la commenta così: «Si tratta, non è un mistero, di alcuni membri spagnoli della Compagnia di Gesù». Su questo punto più autori hanno cercato di comprendere meglio tale dinamica. Alla fine, sulla base di nuovi dati acquisiti, hanno ritenuto necessario rimodulare l’affermazione di Escrivá. Si evidenziano qui di seguito alcuni punti.

1) La volontà di tutelare il «modus operandi» dell’Opus Dei anche attraverso la prassi del segreto è legata a una scelta del fondatore operata fin dagli inizi.

2) Si ricorda, al riguardo, che fino al 1989 gli statuti dell’Opera erano segreti. L’articolo 189 delle costituzioni (anteriori al 1982) riporta tale affermazione: «Institutum, uti tale occultum vivere vult [L’Istituto come tale vuole vivere in modo occulto]… Data indole Instituti, quod externe, uti societas, apparere non expedit [Data l’indole dell’Istituto cui non conviene apparire all’esterno come una società]».

3) L’articolo 190 costituzioni aggiunge: «consequenter, vel ipsa aggregatio Instituto nullam externam manifestationem patitur; extraneis celatur numerus sociorum: immo de his estranei nostrine colloquantur [Il fatto stesso di essere membro dell’Istituto non permette alcuna manifestazione esterna; e si celerà agli estranei il numero dei membri dell’Istituto, anzi i nostri non parleranno di ciò con gli estranei]».

4) Si deve anche aggiungere un riferimento al regolamento dell’Opus Dei quando quest’ultima era Pia Unione (1941). Il 14 febbraio 1941 Escrivá chiede per la propria Istituzione l’approvazione canonica. Nel secondo paragrafo dell’istanza rivolta al Vescovo di Madrid si trova questa frase: «Lasciando alla considerazione e alla risoluzione di Vostra Eminenza designare le persone di Codesta Curia che devono conoscere il Regolamento dell’Opus Dei, dato il carattere dell’Opera».

Nel capitolo V (Spirito), articolo 9, si trova tale affermazione: «L’Opera deve passare in modo nascosto. Ecco perché non può partecipare ad alcun atto di vita sociale, né essere rappresentata; e dal nome dell’Opera, sconosciuto agli estranei, non dovrebbe mai derivare un nome comune per i soci. Occorre evitare quelle denominazioni anche nelle attività di apostolato».

Articolo 11: «Il medesimo spirito di umiltà collettiva impone la norma di non dire il numero dei soci che fanno parte dell’Opera».

Articolo 12: «I nostri non parleranno mai dell’Opera agli estranei, né diranno a nessuno che vi appartengono».

Articolo 13: «Per lo stesso motivo, l’esistenza dei centri ove i soci numerari realizzano il proprio lavoro di apostolato – opera di San Michele – non deve essere conosciuta se non da quelli che ci lavorano».

Articolo 15: «I Regolamenti, Istruzioni, eccetera, sono numerati; e vi è assoluto divieto di mostrarli agli estranei e perfino di riversarli nella lingua volgare, se sono scritti in latino».

Nella Lettera 24 marzo 1930, numero 2, Escrivá scrisse che «la santità non è una cosa riservata a privilegiati: che il Signore ci chiama tutti, che da tutti si aspetta Amore. Da tutti, ovunque si trovino; da tutti, qualunque sia il loro stato, la loro professione o il loro mestiere. Perché questa vita normale, ordinaria, senza spettacolo, può essere mezzo di santità». Tale aspetto venne ripetuto in altri scritti del fondatore e ampliato ulteriormente da autori vicini all’Opus Dei. Studiando tale tematica (chiamata universale alla santità), anche nei suoi aspetti quotidiani (santificazione nel mondo del lavoro e in altri ambienti di vita) diversi storici sono propensi a rimodulare talune affermazioni che indicano in Escrivá un precursore del Vaticano II (riferimento alla Lumen Gentium).

È stato affermato infatti che il fondatore, nella diffusione del suo carisma, fece propri degli insegnamenti che aveva studiato in testi scritturistici e in autori antecedenti all’inizio dell’Opus Dei. Si tratta di figure rilevanti nella storia della Chiesa, ben conosciute nei seminari.

A esempio:

1) il Vescovo Francesco di Sales (Santo; 1567-1622). In un suo testo si trovano queste affermazioni:

«Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna “secondo la propria specie” (Genesi1, 11). Lo stesso comando rivolge ai Cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione.

La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona».

2) il Vescovo Alfonso Maria de’ Liguori (Santo; 1696-1787). Fu proprio quest’ultimo a scrivere: «Dio vuol salvi tutti, ma non per le stesse vie. Siccome in cielo ha distinto diversi gradi di gloria, così in terra ha stabiliti diversi stati di vita, come tante vie diverse per andare al cielo». E ancora: «Iddio vuol tutti Santi, e ognuno nello stato suo, il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercadante da mercadante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato».

In tale contesto gli storici, mentre da una parte seguono anche contributi successivi in tema di chiamata universale alla santità, concentrano la propria attenzione pure su studiosi spagnoli. Tra questi si può ricordare: il sacerdote Giovanni d’Ávila (Santo; 1499-1569), autore di un Epistolario spirituale tra tutti gli stati; e il Gesuita Luis de la Puente (Guía spiritual, e soprattutto: De la perfección del Christiano en todos sus estrado).

La ricerca storica: questione dell’episcopato di Escrivá

Consultando l’archivio di ex numerari, pubblicato nel sito http://www.opuslibros.org/nuevaweb/, emerge anche la ricerca storica condotta da Marcus Tank. A tale contributo si possono aggiungere quelli di Jaume García Moles e del Padre Giancarlo Rocca. Tank, in particolare, ha esaminato vari documenti conservati nell’archivio della Fondazione «Francisco Franco» e nel fascicolo del Ministero degli Affari Esteri riguardante il Caudillo.

Sulla base delle indagini effettuate, questo autore afferma che la proposta di nominare Vescovo Escrivá non fu un’iniziativa dell’autorità ecclesiastica del tempo ma un passo compiuto dallo stesso interessato. Ciò avvenne, sostiene Tank, tramite azioni del fondatore che utilizzò i propri referenti politici vicini al Caudillo Francisco Franco. Al riguardo i documenti ritrovati e pubblicati in Spagna attestano vari passaggi che sono stati affrontati per raggiungere lo scopo prefisso. In un contesto così delicato emergono alcuni dati storici che qui di seguito si riportano.

1) Un elemento-chiave dell’intera dinamica fu Monsignor Álvaro del Portillo, braccio destro di Escrivá. Egli si mosse in direzione della Segreteria di Stato Vaticana;

2) tale iniziativa fu parallela a quella effettuata presso il Governo Franchista (il Generalissimo Franco, per un antico privilegio concesso alla Spagna, conservava il diritto di presentare alla Santa Sede i nominativi di possibili candidati alla nomina vescovile) attraverso i politici vicini all’Opus Dei;

3) l’episcopato spagnolo, comunque, non si dimostrò un sostenitore della candidatura di Escrivá.

Su tutta questa dinamica del Portillo non fece alcun cenno quando fu chiamato a deporre in occasione del processo di canonizzazione di Escrivá. A questo punto è utile cercare di riassumere i fatti riportati da Tank. Álvaro del Portillo, prima di stabilirsi in modo definitivo a Roma, raggiunse più volte l’Urbe per seguire l’iter riguardante l’approvazione pontificia dell’Opus Dei. Un viaggio lo affrontò nel 1943 (ancora laico). In quell’anno (il 4 giugno) fu ricevuto da Pio XII. Nel febbraio del 1946, del Portillo si recò a Roma ove rimase diversi mesi.

1) In questa progressione temporale non si conosce la data in cui del Portillo parlò della possibile nomina a Vescovo di Escrivá con Monsignor Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), responsabile degli affari interni della Segreteria di Stato.

2) Malgrado ciò, si può comunque affermare che Monsignor Domenico Tardini (responsabile dei rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato) era a conoscenza dell’iniziativa del Portillo quando ricevette in Vaticano l’Ambasciatore di Spagna nei primi giorni del novembre 1946.

3) Il fatto succitato è documentato da una lettera che l’Ambasciatore Spagnolo presso la Santa Sede (Pablo de Churruca y Dotres, marqués de Aycinena) scrisse al Ministro Spagnolo per gli Affari Esteri (Alberto Martín-Artajo Álvarez). Nella missiva, datata 6 novembre 1946, l’Ambasciatore riferì di un incontro con Monsignor Tardini in Vaticano. In tale occasione egli aveva fatto riferimento alla nomina di un Vicario generale castrense. Monsignor Tardini, mantenne però una linea di riserbo. Inoltre, l’ambasciatore, dalla conversazione con Tardini, ricavò l’impressione che la questione non era stata sollevata per la prima volta. Ebbe una conferma di ciò quando in seguito seppe «che il Padre Portillo, Delegato qui dell’“Opus Dei”, aveva già trattato del caso con Monsignore Montini per ottenere la detta nomina, insieme al rango episcopale di Vescovo di Sion, a favore del Padre Escribá de Romaní».

A questo punto, nella lettera dell’Ambasciatore, si trova un passaggio significativo. Egli scrive: «Come ho già avuto occasione di dire a Ud., in altra occasione, l’intervento di questi agenti informali rende molto difficile la gestione dell’ufficio, situazione che si verifica in questo caso, dal momento che non ho tue istruzioni per indicare nomi a Monsignor Tardini, quest’ultimo ha valutato come mancanza di franchezza da parte mia, il fatto di non aver riferito nulla su quanto attivato da Padre Portillo con Monsignor Montini.

Penso, tuttavia, che se Ud. vuole chiarire le sue intenzioni dandomi il nome della persona su cui il Governo ha posto la propria attenzione, si potrà ottenere quello che desideri. Nell’immediato, come ti ho detto prima, ho mandato a Monsignor Tardini i precedenti della questione e spero che in una prossima conversazione torneremo a trattare dell’argomento».

Il 2 giugno 1956, il Ministro Spagnolo degli Affari Esteri scrive una lettera all’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede (Fernando María Castiella). Nella missiva lo informa di quanto segue: «Il Segretario Generale dell’Opus Dei, Antonio Pérez, che mi ha visitato l’altro giorno, mi ha detto che l’Opus Dei pensa ora che forse essendo stata accertata la resistenza della Santa Sede a nominare Vescovo residenziale al suo fondatore, Padre Escrivá, però aggiunge che continua a essere conveniente che alcuni dei suoi collaboratori immediati siano promossi a quella dignità e suggerisce il nome di Don Álvaro del Portillo, il cui “curriculum vitae” ti mando anche se so che lo conosci di persona.

Nel mio dispaccio al Nunzio gli ho comunicato questa notizia e quel nome che in linea di principio ha preso in considerazione. Apprezza le sue buone doti».

Quest’ultima vicenda è seria, sottolinea Tank, perché attesta interferenze nella politica del Governo Spagnolo. Vengono inoltre date per scontate decisioni di Madrid non ancora deliberate. In definitiva è presentato come fatto acquisito un dato spurio: e cioè che il Governo Spagnolo era sul punto di far nominare Vescovo Escrivá dalle alte gerarchie ecclesiastiche. Sul piano pastorale il fondatore dell’Opus Dei doveva diventare Vicario generale castrense. In quel periodo, però, non esisteva il Vicariato della Castiglia (anche se era in progetto un suo ripristino), non erano stati attivati colloqui ufficiali di merito tra Madrid e il Vaticano, e permanevano questioni ecclesiali legate ai sacerdoti candidabili al ruolo di Vescovo. In definitiva – questa è la tesi di Tank – l’origine dell’iniziativa mirata a far nominare Vescovo Escrivá non è da individuare nel Governo Spagnolo, o nella Santa Sede, o nell’episcopato di Spagna, ma nella stessa Opus Dei (ove il fondatore dirigeva i passi strategici).

Per sostenere tale tesi Marcus Tank pubblica altri documenti dell’epoca ottenuti in copia dalla Fondazione «Francisco Franco». E scrive che in modo graduale Escrivá si stava avvicinando alla nomina a Vescovo residenziale.

1) In particolare, il fondatore aveva fatto presentare la sua candidatura al Capo dello Stato attraverso il Ministro dell’Educazione José Ibáñez Martín. Questo politico era un amico personale di Escrivá. Lo si può definire un soprannumerario «in pectore» dell’Opus Dei (in quel momento non esisteva la figura del soprannumerario).

2) A questo punto Tank pubblica un elenco di dati informativi della Direzione Generale della Sicurezza (1942) riguardanti alcuni sacerdoti (possibili candidati). L’elenco non è proprio redatto in modo chiaro. Vi si trovano pure dei commenti scritti a mano dal Generalissimo Franco.

3) Nello studio di Tank si trova inoltre il «curriculum vitae» di Escrivá (scritto da lui probabilmente nel 1945; risulta evidente il suo stile). Dal suo «curriculum» colpisce il fatto che il fondatore colloca al primo posto gli studi civili di Legge, mentre non appaiono i gradi accademici dei suoi studi sacerdotali (Tank scrive al riguardo: «Non li aveva»).

Si riporta in modo confuso: «Ha fatto tutti gli studi di Teologia (Meritissimus) nell’allora Università Pontificia di Saragozza».

4) Nei «curricula» degli altri due sacerdoti viene apprezzato il fatto che avevano fatto studi ecclesiastici di livello superiore, e che dimostravano di possedere un elevato «cursus» accademico. Le informazioni fornite dalla Direzione Generale della Sicurezza di Stato forniscono pure dei dati sugli orientamenti politici dei candidati, sull’adesione ideologica ai principi del Movimento Nazionale di Franco, e sulla simpatia verso il Partito.

Francisco Franco e i candidati al Vescovato

Al Capo dello Stato Spagnolo spettava il privilegio storico di trasmettere una lista di candidati (sei) per la diocesi vacante al Nunzio Pontificio, residente a Madrid. Quest’ultimo consegnava poi il fascicolo alla Segreteria di Stato Vaticana. Qui, l’elenco si riduceva a tre candidati seguendo un ordine di preferenza. Il documento era poi restituito al Caudillo Franco che sceglieva in genere il primo nominativo. Se sussistevano problemi si ricominciava il procedimento. A questo punto conservano rilievo alcuni documenti pubblicati da Tank. Si tratta degli elenchi di candidati per il ruolo di Vescovo rispettivamente nella diocesi di Vitoria e in quella di San Sebastián.

Per la diocesi di Vitoria il Governo Spagnolo prepara una lista di candidati ove si trova inserito anche Escrivá. Gli ecclesiastici individuati erano già Vescovi, tranne Escrivá. Nella prima lista (5 gennaio 1950) Escrivá è posizionato al secondo posto. Nella seconda lista (10 gennaio 1950) il nominativo di Escrivá viene cancellato. Accanto si trova un’annotazione: «Per non essere episcopabile». Su questo fatto gli storici si sono interrogati. Perché nell’arco di pochi giorni la candidatura del fondatore dell’Opus Dei viene annullata? È immediato pensare a un motivo molto grave.

Secondo Tank, esistevano probabilmente delle ragioni collegate alla personalità, alla psicologia di Escrivá. Su questo punto anche Giancarlo Rocca fa riferimento a una situazione molto seria ricordando che per ben due volte la candidatura di Escrivá venne bloccata con due «dilata» (nel 1945 e nel 1950). Talune criticità riguardarono la formazione dei sacerdoti membri dell’Opera e la personalità del fondatore (con riferimento ad aspetti psicologi poco chiari).

Nella terza lista riguardante la diocesi di Vitoria, Escrivá figura al sesto posto. Vi si legge un’annotazione a mano: «Anotado (o añadido) el 23/1/50».

Esiste poi una documentazione (pubblicata da Tank) che riguarda la diocesi di San Sebastián. Nella prima lista di candidati a essere Vescovi (1950) Escrivá è al secondo posto ma il suo nominativo si trova cancellato. Ormai era noto il fatto che era stato dichiarato in precedenza non episcopabile. Nella seconda lista non c’è Escrivá. Anche nella terza lista non si trova il fondatore dell’Opus Dei.

In tale contesto, Tank delinea alcune criticità:

1) sono le autorità ecclesiastiche che non approvano la candidatura di Escrivá a Vescovo (motivi legati anche alla sua psiche?);

2) Escrivá era disposto (1950) a lasciare il suo ruolo guida nell’Opus Dei in caso di nomina a Vescovo.

La ricerca storica: scritti di Escrivá individuati in autori antecedenti

Esiste ancora una ricerca storica su Escrivá che è stata realizzata da un autore che si firma Stoner. In questo testo, fin dalla prima riga, si fa riferimento alle massime contenute nel libro del fondatore dell’Opus Dei dal titolo: Solco. Il numero che interessa è il 259. Riguarda il tema dell’umiltà. In questa parte dell’opera si sottolinea che:

– la preghiera è l’umiltà dell’uomo che riconosce la sua profonda miseria e la grandezza di Dio,

– «fede» è l’umiltà della ragione,

– «l’obbedienza» è l’umiltà della volontà,

– «castità» è l’umiltà della carne,

– «fuori mortificazione» è l’umiltà dei sensi,

– «penitenza» è l’umiltà di tutte le passioni,

– l’umiltà è la verità nel percorso della lotta ascetica.

In tale contesto, Stoner scrive che l’origine di tale meditazione non è da ricondurre a Escrivá, ma è da attribuire al religioso gesuita Padre Pierre Chaignon (1791-1883). Quest’ultimo fu autore del libro dal titolo: Nouveau Cours de Méditations Sacerdotales. Tale testo venne letto dal fondatore dell’Opus Dei durante gli esercizi spirituali a cui partecipò nel 1932 a Segovia.

Unitamente a ciò il Toner indica nel suo studio un altro lavoro di Escrivá ripreso da altro autore. Si tratta del punto 734 di Cammino (che costituisce anche il punto 1.2 del libretto Via Crucis del fondatore dell’Opus Dei).

Ecco il testo del Gesuita Chaignon: «Ma è giunto il vostro momento e il potere delle tenebre. La vostra ora! Allora l’uomo ha il suo tempo? Sì, e Dio, la sua eternità» (Meditación LXXXII).

Scrive Escrivá: «Ésta es vuestra hora y el poder de las tinieblas – Luego, ¿el hombre pecador tiene su hora? – Sí, ¡y Dios su eternidad!» (Camino, 734).

La ricerca storica: Álvaro del Portillo

Mentre aumentano gli studi storici su Escrivá de Balaguer, si ampliano pure le ricerche che riguardano il suo successore: Monsignor Álvaro del Portillo. In particolare, quello che ha destato sorpresa in più autori sono i silenzi di questo prelato su aspetti-chiave della vita del fondatore dell’Opus Dei. Quando vennero presentati gli atti riguardanti la causa di beatificazione di Escrivá furono in molti a notare che la testimonianza di del Portillo occupava gran parte del materiale presentato dalla postulazione. Ciò colpì alcuni storici perché questo prelato fu confessore di Escrivá dal 1944 al 1975. Per tale motivo, si diceva, era necessario seguire la costante prassi della Chiesa che suggerisce di non inserire tra i testi i confessori personali del candidato.

La prassi non fu applicata e avvenne un fatto. Nella testimonianza di del Portillo (citata in seguito da autori vicini all’Opus Dei) diversi studiosi individuarono molteplici omissioni, silenzi e affermazioni spurie. Tutto quanto poteva creare un problema venne cancellato. Del Portillo a esempio tacque sui dettagli dell’annosa vicenda che riguardò la candidatura di Escrivá a Vescovo. Ma – soprattutto – questo prelato affermò sotto giuramento che in tutta la sua vita Escrivá si era sempre dimostrato una persona calma, serena, timidamente nascosta, costantemente umile, pronta al perdono e all’abbraccio con un interlocutore «critico». Anche sulla base di questa testimonianza si concluse in positivo il processo di canonizzazione.

A questo punto, però, avvenne un fatto. Molti ex numerari (persone, cioè, uscite dall’Opus Dei già al tempo del fondatore), organizzati in movimento e gestori di siti web in più Paesi, oltre che autori di libri, denunciarono il fatto che la personalità di Escrivá si era in molteplici occasioni rivelata estremamente diversa da quella che viene descritta nelle biografie ufficiali. In pratica, davanti a delle contrarietà (specie in presenza di soggetti che avevano scelto di lasciare l’Istituzione o davanti a critiche), Escrivá aveva rivelato un carattere collerico, violento, aggressivo, e lo stesso suo frasario era fortemente reprensibile. Su tale aspetto, si diceva, la Congregazione per le cause dei Santi non aveva mai voluto svolgere accertamenti.

Ma quali persone raccontarono del carattere di Escrivá? Si annotano qui di seguito alcuni esempi.

– Alberto Moncada, El Opus Dei: una interpretación (1974). Historia oral del Opus Dei (1987).

– Luis Carandell, Vida y milagros de Monseñor Escrivá de Balaguer, fundador del Opus Dei (1975).

– María Angustias Moreno: El Opus Dei. Anexo a una historia (1977); La otra cara del Opus Dei (1978); El Opus Dei (testimonio) (1992).

– Padre Vladimir Feltzmann: Intervista rilasciata al teologo cattolico tedesco Peter Hertel (11 maggio 1984).

– María del Carmen Tapia, Tras el umbral. Una vida en el Opus Dei (1992).

– Rosario Badules López, Se habla de sus virtudes eroicas ¿cuales?, in: Autori Vari, Escrivá de Balaguer: mito o Santo? (1992).

– Monsignor Luigi De Magistris: Parere consegnato alla Congregazione per le cause dei Santi (1992).

– John Roche: Testimonianza (1992).

Alcune memorie. Moncada. Carandell

Il Professor Alberto Moncada nei suoi scritti ha evidenziato anche questo aspetto del fondatore: «Si potrebbe dire che il Padre sia affascinante, piacevole e persuasivo quando si è a suo favore, e intollerabile, intrattabile e maleducato quando i suoi criteri non sono accettati».

Luis Carandell fa riferimento alla «santa collera» del fondatore dell’Opus Dei (opera citata, capitolo 19).

La rabbia del Padre nel ricordo di María Angustias Moreno

María Angustias Moreno scrive: «Quando il Padre insinua qualcosa che gli piace, di cui ha bisogno o che gli piacerebbe, non importa a che ora sia e qualunque siano i mezzi (si inventano), lo capisci al volo. Se il Padre vede qualcosa in una casa e commenta che sarebbe meglio in un altro modo, o dice “questo così no”, viene immediatamente eseguito; si cambia una tappezzeria, un tipo di porta è sostituito con un altro, si rompe e si sostituisce una base di marmo anche se solo per una macchia di umidità insignificante, eccetera.

[…] Sono tutti dettagli che ho vissuto; solo alcuni. Dettagli di una vigilanza di figli, che vogliono essere fedeli e che lo fanno mettendo in gioco un’audacia che supera ogni altro tipo di considerazione. Fedeli ad alcuni insegnamenti esistenti e molto difficili, di un Padre che ha segnato la strada. Questo modo di essere e di agire nell’Opera è la conseguenza unica della rabbia del Padre, dei suoi energici rimproveri. Alcuni di noi lo hanno vissuto, da altri lo abbiamo appreso per saperne di più. E i figli del Padre hanno fatto tutto il possibile per farlo bene. Malgrado ciò, il Padre continua a lamentarsi di quanto sia difficile insegnare e di quanto sia male obbedito. Ma i suoi figli sono silenziosi e continuano a imparare, perché sono stati convinti e credono nella necessità di andare a Dio attraverso il Padre, e solo attraverso di lui».

La testimonianza del sacerdote Vladimir Feltzmann

Padre Vladimir Feltzmann tra i molti ricordi del fondatore dell’Opus Dei ne cita anche uno sul carattere: «Le biografie che comparvero quando morì [Escrivá] non parlavano mai delle sue debolezze, dei suoi lati negativi; Escrivá, a esempio, apriva spesso una porta con un calcio. Quando qualcosa non era perfetto, non era in ordine, era capace di arrabbiarsi terribilmente».

I ricordi di María del Carmen Tapia

La Tapia (1925-2016) entrò nell’Opus Dei nel 1948. Ricoprì ruoli dirigenziali. Conobbe molto bene il fondatore. Uscì dall’Opera nel 1966. Sul carattere di Escrivá ha lasciato scritto: «Monsignor Escrivá non amava le buone maniere naturali. Era rude, brusco e maleducato. Quando era arrabbiato e doveva rimproverare non aveva alcuna moderazione o carità nel modo di farlo; e le sue parole offensive e violente ferivano profondamente le persone».

Riguardo all’interazione finale con Escrivá (avvenuta poco prima della sua uscita dall’Opera) la Tapia ha annotato: «Dicevo fra i singhiozzi che la cosa che più mi aveva fatto male era di vedermi ingannata e di sapere che il Padre aveva mentito e aveva fatto mentire gli altri […] mi avevano mentito per tutto quel tempo […]. Non riuscivo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie: quel Padre buono, affettuoso, che io avevo sempre amato e per il quale avevo fatto tutto nella mia vita da quando ero entrata nell’Opus Dei, mi aveva inflitto un’ammonizione, con la minaccia di scacciarmi dall’Opera. Mi sembrava di vedermi crollare il mondo addosso. Non potevo accettare che Monsignor Escrivá fosse così duro e non mi desse la possibilità di parlare con lui da sola, di ascoltarmi e interrogarmi prima di giudicare e di giudicare in pubblico. Avevo l’impressione di essere sottoposta a un processo senza un difensore, e soprattutto mi facevano male le maniere del Padre, la sua mancanza di carità e di compassione…».

Queste affermazioni non vennero mai cancellate nelle successive edizioni (in più lingue) del libro già citato. Anche in occasione della beatificazione di Escrivá la Tapia precisò ulteriormente sul quotidiano spagnolo «El País» (9 maggio 1992) quanto aveva già divulgato.

Il 24 dicembre del 2001 l’agenzia ANSA rese nota una «dichiarazione» della Tapia ove erano apparentemente cambiate le sue posizioni. Ci fu sorpresa anche tra gli storici perché la Tapia era stata respinta come testimone nel processo di beatificazione di Escrivá proprio per le critiche al fondatore e all’Opera. In seguito, dallo studio dell’intera dinamica, emersero alcune evidenze. Il testo dato all’ANSA non aveva la firma autografa della donna. Mancava il documento originario (quello, cioè, che avrebbe preparato la Tapia). Lo schema della «dichiarazione» seguiva stranamente dei punti contenuti nella relazione del postulatore. Era sparita anche una documentazione sull’Opera che la Tapia conservava in privato. Da aggiungere che – fino alla morte – la Tapia non ritirò mai le affermazioni contenute nel suo libro Oltre la soglia. Tutto questo fece presto capire a molti l’intera dinamica (pressioni su una donna vicina agli 80 anni).

Le affermazioni di Rosario Badules López

Si riporta qui di seguito senza commento un passo dell’autore già citato in precedenza: «Aveva un carattere collerico e parlava male di tutto il mondo. Sono molte le persone che hanno sofferto le sue offese, le sue antipatie, le sue grida, la sua collera. Però, siccome non era possibile sfogarsi con nessuno all’infuori che con il direttore, questo non riconobbe mai una mancanza del Padre. E sempre si diceva “lo hai disgustato”. Io ho conosciuto molte persone che avevano paura di lui. Io stesso ancora sogno ogni tanto di essere nell’Opus e avverto l’oppressione e la paura che tutto questo mi produce sulla persona. Esplodeva in modo furioso per cose insignificanti che interpretava “come mancanze di amore di Dio”. A esempio, se un oggetto era collocato un poco di traverso, se i domestici dimenticavano qualche utensile per la pulizia, se c’era un piccolo difetto nel cibo, o se questo non era di suo gusto. Poi urlava, si arrabbiava, gridava e noi ricevevamo la doccia in silenzio.

Un giorno che pioveva a dirotto, il fruttivendolo che portava la frutta entrò in cucina con le provviste, lo fece per non bagnarsi approfittando del fatto che la porta della cucina immetteva direttamente nel giardino. Passò di lì il padre Escrivá e lo vide. Aveva dato ordine che nessun fornitore di sesso maschile doveva mai entrare (perché era sempre “mai”). La sua ossessione in fatto di sesso era malata. Le sue urla si udirono in tutta la casa.

Non abbiamo mai saputo il motivo per cui in qualsiasi momento irrompeva in grida, tale era la violenza del suo carattere. A suo avviso, niente era trattato con l’onore, la riverenza, l’affetto che meritava, eravamo sempre in debito.

Parlava male di tutto il mondo. Nel processo di beatificazione, si parla di virtù eroiche. Quali virtù? Penso che quello di cui dobbiamo parlare sia la virtù per eccellenza, che è la carità e io non l’ho vista in nessuna occasione.

Il giorno che entrai nell’Opus mi dissero di andare a salutarlo nella casa di [Via] Diego de León. Mi disse che era venuto a morire nell’Opera e mi avvertì che un numerario con cui sarei andato a convivere non aveva uno spirito buono e che presto sarebbe arrivato un altro da Valencia che era stupido. Rimasi fortemente colpito.

In seguito l’ho sentito parlare male del Papa, dei Vescovi, dei Gesuiti (li chiamava “i soliti”), di gente di ogni tipo e degli stessi membri dell’Opera. Era buono solo con Álvaro del Portillo che esaltava dicendo:

“Álvaro del Portillo! Grande di Spagna”, non so quante volte.

E questo non è certo.

Aveva delle fobie personali senza sapere il motivo. Nei confronti di una numeraria di Roma che si occupava degli oratori, gli prese una manìa, e alla fine delle sue vacanze estive fuori Roma, inviò uno scritto prima di arrivare, in modo che fosse mandata in Spagna il prima possibile perché non voleva vederla al suo ritorno. Questa numeraria, che adesso non lo è, non seppe mai il motivo per cui l’avevano rimandata in Spagna. È molto frequente che non ti dicano mai il perché di tante cose. Ci sono persone che [quelli dell’Istituzione] hanno buttato fuori dall’Opera senza dire perché. María del Carmen Tapia [Escrivá] la chiamò puttana e porca».

Il parere di Monsignor Luigi De Magistris

Monsignor De Magistris fu chiamato dalla Congregazione per le cause dei Santi a consegnare un parere scritto in merito alla figura di Escrivá de Balaguer (processo di beatificazione). Questo ecclesiastico, in un modo molto delicato, fece comprendere che era meglio propendere per un «dilata» al fine di studiare più in dettaglio alcuni aspetti. Si trattava, in pratica, di un parere negativo. Esistevano infatti «anche specifiche ragioni di cautela connesse col fatto delle opposizioni che si sono levate e contro il personaggio e contro la sua opera». Inoltre, «affrontare a soli 14 anni di distanza la responsabilità di pronunziarsi sulla eroicità delle sue virtù […] appare impresa assolutamente da sconsigliare». Tale posizione, in definitiva, rispecchiava il pensiero anche di altre persone, tra cui quello di Monsignor Justo Fernández Alonso. Al riguardo, la ricerca storica ha potuto acquisire nuovi dati. Monsignor De Magistris aveva oggettive riserve sulla santità di Escrivá perché lo aveva a suo tempo visto perdere la calma (e diventare aggressivo) in occasione di una cena promossa nei pressi del Vaticano. Di tale episodio ne volle parlare con altri colleghi, tra questi il Gesuita Padre Peter Gumpel. Questo religioso ha conservato molto lucido il ricordo di quel colloquio. Nel 2018 ha pure firmato una testimonianza in merito trasmessa al Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi. L’iniziativa rimane legata a un quesito: si può canonizzare Monsignor Álvaro del Portillo? Quest’ultimo, sotto giuramento, affermò che il fondatore dell’Opus Dei mantenne in tutta la sua vita un atteggiamento umile, caritatevole, nascosto. Non fu mai collerico e aggressivo. Ma i documenti che sono riemersi nel recente periodo attestano una diversa versione.

John Roche sulla personalità di Escrivá

Il Dottot John Roche, docente di storia della scienza presso il Linacre College di Oxford, nella testimonianza resa nel 1992, affermò tra l’altro: «Per essere un membro [dell’Istituzione], Escrivá esigeva [che tutti credessero] che l’Opera gli fosse stata rivelata da Dio, che l’Opera era quindi “assolutamente perfetta”, e che lui stesso era infallibile riguardo allo “spirito dell’Opera”. È facile capire come un membro molto anziano venne a dirmi, nel 1973, “che se dovessi scegliere seguirei il Padre piuttosto che il Papa”. A quel tempo, lo stesso fondatore diceva spesso che la “Chiesa era marcia” e che “non credeva più nei Papi o nei Vescovi».

La ricerca storica: Javier Echevarría

Nel contesto delineato emerge «la traccia» segnata da più autori. Tale linea accentua un punto: sul piano storico Monsignor Álvaro del Portillo ha reso alla Congregazione per le cause dei Santi una testimonianza su Escrivá visibilmente parziale, tacendo dati essenziali, e pur consapevole di essere sotto giuramento.

Tale fatto ha spinto diversi studiosi a osservare anche le posizioni dei successivi prelati dell’Opus Dei. Sono emerse alcune evidenze. Dopo del Portillo ha guidato l’Istituzione dal 1994 Monsignor Javier Echevarría Rodríguez (1932-2016). Nel 2006 Echevarría rilasciò un’intervista al quotidiano «Le Figaro». Gli venne posta, tra le altre, anche questa domanda:

«Qualunque sia l’autonomia finanziaria delle associazioni che fanno capo a membri dell’Opus Dei, dovrebbe essere facile, nell’era dell’informatica, stilarne una lista e calcolare l’ammontare dei fondi che gestiscono. Perché non farlo? È per non accreditare l’idea che l’Opus Dei sia “immensamente ricca” o, invece, proprio per lasciarlo intendere?».

A tale quesito Echevarría rispose: «La cosa essenziale è l’iniziativa libera e responsabile che nasce dalla base. Quali sono le associazioni gestite dai fedeli della Prelatura? È evidente che io non lo so, e neanche i miei collaboratori. Ai miei occhi non esiste nemmeno un simile concetto, è una chimera: ammettendo che sia possibile fare il genere di conto di cui lei parla, se ne ricaverebbe un inventario composito: una mela più due sedie, quanti violini o quanti palloni da calcio fanno?».

Tale frase, molto decisa, colpì anche gli storici perché proprio dai siti vicini all’Opus Dei è possibile ricavare l’elenco delle opere apostoliche, con i programmi e i progetti in corso. Inoltre, vengono trasmessi dalle diverse espressioni dell’Istituzione moduli di conto corrente per ricevere periodiche offerte per specifiche opere. Si aggiungano, inoltre, i report preparati per i Vescovi e per la Santa Sede.

Questa e altre affermazioni del prelato motivarono in taluni autori l’esigenza di sviluppare ulteriori ricerche. In tali studi vennero focalizzati, tra l’altro, anche dei rilievi formulati dal famoso architetto, urbanista e pittore Miguel Fisac Serna (1913-2006; ex numerario) e dalla dottoressa María del Carmen Tapia (1925-2016; ex numeraria).

Fisac cercò di testimoniare nel corso del processo di beatificazione di Escrivá. Gli era stato vicino dal 27 febbraio 1936 al 27 settembre 1955. Il Cardinale Tarancón lo informò, però, che la sua richiesta di fornire informazioni su Escrivá non era stata accolta dalla commissione. Negli atti del processo di beatificazione c’è la motivazione. Fisac venne definito persona psichicamente squilibrata. Tale indicazione fu espressa dal teste numero 2, Monsignor Javier Echevarría (2343-2344; pagine 765-766). Le dichiarazioni vennero coperte da segreto. Solo in seguito Fisac poté replicare:

– respingendo alcuni dati (egli aveva offerto più contributi e varie consulenze professionali, aveva donato i suoi guadagni all’Istituzione, e lo stesso fondatore gli aveva proposto di ricoprire ruoli di responsabilità),

– e raccontando le criticità emerse quando scelse in modo definitivo di lasciare l’Opus Dei (pressioni, critiche, frasi spiacevoli e poco caritative).

In tale contesto, Fisac sottolineò l’ambiguità di Echevarría. Quest’ultimo:

– non riferì che Fisac non aveva mai presentato domanda di ammissione all’Opera;

– affermò che l’architetto aveva svolto un ruolo efficace (senza chiarire in merito),

– non evidenziò il fatto che il fondatore lo chiamò a Roma per pareri sull’edificazione della casa centrale dell’Opera.

Inoltre, l’architetto indicò una serie di affermazioni spurie comunicate da Echevarría sotto giuramento. A esempio: l’aver assistito di persona a molteplici attenzioni rivolte a Fisac da Escrivá, durate lunghe ore. Ma ciò è stato negato da Fisac.

Sul piano storico Fisac ha espresso opinioni esplicite. Vivente il fondatore disse a quest’ultimo che aveva un gusto molto cattivo. Che non capiva di architettura o musica o cultura in generale. Con riferimento ai lavori svolti presso la sede centrale dell’Opera, Fisac criticò gli elevati investimenti economici e lo stile architettonico legato a schemi di altri tempi. Inoltre espresse in seguito riserve su Escrivá (i suoi giudizi erano severi, non parlava bene di nessuno).

La dottoressa María del Carmen Tapia operò all’interno dell’Opus Dei dal 1948 al 1966. Fu anche la segretaria personale di Escrivá. Anche questa ex numeraria cercò di testimoniare durante il processo di beatificazione di Escrivá ma non le venne permesso. Si riuscì poi a sapere che era stata messa da parte a motivo di gravi condotte sul piano morale. La donna cercò di difendersi e scrisse pure una lettera a Giovanni Paolo II (2 agosto 1991). Le fu chiusa ogni porta. Nella missiva trasmessa al Papa la donna riferì un fatto: chi era uscito dall’Istituzione veniva allontanato dal processo di beatificazione. Era considerato un soggetto pericoloso perché poteva rendere noti aspetti interni (riferiti al fondatore e all’Opera) in netta controtendenza rispetto a quanto raccontato ufficialmente dall’Opera.

In tale contesto si colloca la figura di Monsignor Javier Echevarría. Fu lui a formulare delle dichiarazioni pesanti sulla Tapia essendo il teste numero 2 nel processo di beatificazione di Escrivá. Affermò in particolare: «Carmen Tapia è un’altra persona che causò grande dolore al Servo di Dio, per il suo comportamento depravato con il quale tanto offese il Signore. Fu questa donna a causare, all’inizio degli anni Cinquanta, il primo errore del sacerdote indio a cui ho fatto riferimento all’inizio di questi casi».

E ancora: «Provò la perversione di alcune donne con le peggiori aberrazioni». Esiste comunque un altro documento ove la linea di Echevarría segue completamente un’altra strada. In una missiva alla Tapia (Roma, 14 ottobre 2013), Echevarría tace sui contenuti delle sue dichiarazioni in Vaticano e contesta invece all’ex numeraria quanto contenuto nel suo libro (Oltre la soglia. Una vita nell’Opus Dei) uscito nell’edizione inglese e diffuso anche in Sudafrica. Egli afferma che i ricordi dell’autrice non sono veri, che la donna dimostra di essere contro l’Opera e contro San Josemaría. L’Opera non è una setta, non è maschilista, non attua discriminazioni. Le frasi attribuite al fondatore sono false. A esempio quella secondo la quale Escrivá avrebbe sostenuto che la Confidenza era molto più importante della Confessione. In conclusione, in questo caso, i temi trattati non sono quelli esposti sotto giuramento alla Congregazione per le cause dei Santi.

Ma la questione è più vasta. La Tapia, infatti, si difese dalle accuse (conosciute attraverso un giornalista) inserite nella deposizione giurata di Echevarría. E scrisse a quest’ultimo una lettera che è stata pubblicata. È datata 11 novembre 2013. Questo il titolo: Difesa di María del Carmen Tapia frente a las acusaciones de Javier Echevarría. Nel testo, la donna – al fine di proteggere fama, onore e il buon nome della sua famiglia – definisce false e calunniose le affermazioni di Echevarría su di lei, e chiede una chiara rettifica davanti alla Chiesa. Tapia e Echevarría moriranno nel medesimo anno. A Santa Barbara (California), ove la donna risiedette nel suo ultimo periodo di vita, le testimonianze su di lei sono tutte positive. A Roma, presso la sede centrale dell’Opera, le frasi messe per iscritto da Echevarría non sono state ufficialmente rimodulate.

La ricerca storica: Fernando Ocáriz Braña

Terzo successore di Escrivá è Monsignor Fernando Ocáriz Braña. Attualmente gli studi su quest’ultimo attingono soprattutto ai suoi scritti, specie alle Lettere trasmesse periodicamente ai membri dell’Opus Dei. Sul piano storico si cerca di comprendere se esistono elementi attestanti un rinnovamento interno. In tale contesto alcune frasi sembrerebbero indicare delle svolte, dei mutamenti. A esempio:

«Penso, per esempio, a quelle persone che sono state in contatto con il lavoro dell’Opus Dei e alle quali non siamo stati in grado di rispondere con la generosità e l’affetto di cui avevano bisogno. Il 90° anniversario ci porta a dire a Dio […]: “Grazie, perdono, aiutami di più”».

Esistono poi delle indicazioni di Ocáriz che sembrano spingere verso un colloquio più profondo con i diversi interlocutori dell’Opera. A esempio:

1) «Perché la nuova evangelizzazione dia frutti, è decisiva la comunione prima di tutto fra i Cattolici. Far crescere l’apprezzamento reciproco tra i fedeli della Chiesa, e tra i più diversi gruppi che possono esistere, fa parte della nostra missione nella grande famiglia dei figli e delle figlie di Dio». In pratica occorre «contribuire a far sì che all’interno della Chiesa si respiri il clima della carità autentica. È necessario rafforzare, caso per caso nel modo più opportuno, la relazione con persone di altre istituzioni e realtà della Chiesa, superare eventuali malintesi e affidare al Signore le iniziative prodotte da altri, vivendo l’umiltà collettiva».

2) «Senza chiudersi in un atteggiamento meramente difensivo, è necessario farsi carico della validità delle diverse posizioni, dialogare con altre persone, imparando da tutti e rispettandone accuratamente la libertà, ancor più nelle materie opinabili».

3) «Le università che sono iniziative apostoliche devono continuare a promuovere la ricerca […] e a creare spazi di collaborazione con intellettuali di prestigio mondiale. Questo lavoro aiuterà a svolgere paradigmi scientifici e modelli concettuali coerenti con una visione cristiana della persona […] Questo atteggiamento di servizio a tutti si esprime anche, naturalmente, nel rapporto di amicizia con i colleghi di altre università».

In definitiva, l’indicazione di Ocáriz sembra essere quella di mantenere in modo costante un’interazione con i più diversi interlocutori. Ciò pare il superamento di una linea storica ricordata (anche in tempi molto recenti) da ex numerari: chi critica l’Opus Dei diventa un «nemico», ed è da avversare.

Si conservano però agli atti vari documenti che sembrerebbero confermare l’orientamento di «chiusura». Esiste, a esempio, una lettera «on line» (settembre 2018) di un numerario spagnolo dell’Opera. Il messaggio è stato trasmesso a un professore italiano di storia della Chiesa (Università Pontificia). Nel breve testo, questo numerario – storico della Chiesa, ordinario (Università Pontificia), vice direttore di un dipartimento di storia ecclesiastica – scrive al suo interlocutore (un amico) che non intende più parlare con lui dell’Opus Dei. Tale posizione ha destato sorpresa in più ambienti. L’ordinario, infatti, aveva ricevuto in dono dei saggi sull’Opera dallo stesso autore degli scritti. Ciò attestava una volontà di dialogo. Inoltre, l’ordinario poteva replicare spiegando i punti eventualmente da modificare e le fonti da utilizzare. Rimane così un quesito: perché mantenere una linea di non dialogo?

Una considerazione di sintesi

Non è compito dello storico entrare in dinamiche interne a un’espressione ecclesiale quale è una Prelatura Personale. Lo studioso può solo inserire nella rete di contatti con altri autori dei documenti significativi (estratti da varie fonti) al fine di arricchire lo sviluppo di analisi.




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